È giusto vietare i social network a chi ha meno di 15 anni?

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La legge varata in Francia che fa discutere: per venire in aiuto alle nostre famiglie, ecco il punto di vista di Giuseppe Marino (contrario) e di Piero Polidoro (favorevole)

La scorsa settimana il Parlamento francese ha approvato una legge che vieta l’utilizzo di alcuni social network a chi ha meno di 15 anni. Il Paese d’Oltralpe è il primo in seno all’Unione europea ad aver varato un dispositivo del genere. Dal 1° settembre i minori di 15 anni non potranno più creare nuovi account: da lì in poi le piattaforme avranno quattro mesi di tempo per eliminare quelli esistenti, con scadenza quindi al 1° gennaio 2027. Tutti i Francesi saranno chiamati a dimostrare l’età e per chi ha meno di 15 anni l’account verrà chiuso. Sarà compito delle piattaforme individuare la modalità di verifica in quanto il testo del provvedimento non dettaglia i sistemi con i quali dovrebbe essere effettuata la verifica e neppure indica a quali piattaforme si applicherà il divieto. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha festeggiato l’introduzione di questa norma con un video sui social in cui vengono mostrati giovani affetti da disturbi del sonno, del comportamento alimentare, dismorfia corporea e vittime di cyber-bullismo. Per il presidente la legge è «una questione di civiltà» con l’obiettivo dichiarato di creare «una coalizione di volenterosi» per proteggere bambini e adolescenti, considerando la sicurezza digitale non solo materia di regolamentazione, ma un tema culturale e sociale. Molte le riserve verso il provvedimento avanzate dalle associazioni francesi per la tutela dei minori che, in vista della discussione della nuova legge, avevano chiesto al Parlamento di concentrarsi sulle responsabilità delle piattaforme, anziché su un divieto per i ragazzi. Provvedimenti analoghi sono già in vigore in Australia, Malesia, Indonesia, Cina. Una proposta simile è in discussione nel Regno Unito. In Portogallo è necessario il consenso dei genitori per gli adolescenti tra i 13 e i 16 anni. Nel nostro Paese negli ultimi anni sono state avanzate diverse proposte per definire un quadro normativo sulla tutela dei minori online, ma ad oggi nessuna iniziativa è arrivata al primo voto in una delle due Camere. Un tema – quello dell’approccio alle piattaforme web da parte dei più giovani – che fa discutere anche alle nostre latitudini. Abbiamo chiesto un parere a Giuseppe Marino, di Stradella, psicologo e psicoterapeuta, collaboratore dell’istituto “Santachiara” di Stradella. «Personalmente – afferma – ho dei dubbi sulla scelta di vietare i social agli adolescenti e mi chiedo se le conclusioni legislative a cui si è arrivati in Francia siano effettivamente frutto di una discussione tra professionisti del settore, oppure siano state veicol Giuseppe Marino late da un sentimento politico nostalgico e conservatore. Ci sono tanti esempi, difatti, che mostrano come le dinamiche proibizionistiche siano spesso inefficaci, soprattutto quando la conseguenza non è certa e la possibilità di trovare un escamotage al divieto consenta delle forme di contrabbando piuttosto semplici. A questo poi si aggiunge l’aggravante dell’adolescenza: ovvero quel periodo per cui, se tutto va secondo le naturali dinamiche dello sviluppo, s’innesca in modo genuino un autentico tentativo di raggiro delle regole». «I limiti sono fatti per essere abitati, non imposti – continua Marino – e per questo penso che, piuttosto di autorizzare indistintamente l’utilizzo dei social al compimento del quindicesimo anno di età, sia più saggio e responsabile avviare percorsi educativi per supportare i ragazzi (e gli adulti) a muoversi in modo consapevole sulle piattaforme. Mettere al mondo un figlio non significa solo partorirlo: “mettere al mondo” ha un significato molto più ampio. Significa aiutare il ragazzo a innestarsi sulla pianta sociale più grande e internet, che piaccia o meno, oggi fa a tutti gli effetti parte del nostro giardino». E qui entra in gioco un livello più alto che pone la politica e gli adulti di fronte alle loro responsabilità: «La politica dovrebbe davvero spendersi e gli adulti dovrebbero seriamente battere i pugni e fare la voce grossa: sarebbe necessario che lo Stato si adoperi affinché le aziende tecnologiche a capo dei social network limitino e riducano tutte quelle strategie di coinvolgimento psichico che diamo per scontato sulle piattaforme. Andrebbe regolamentato tutto quell’insieme di like, video brevi, recupero dati, affiliazione, premi virtuali e altre strutture che i colossi del web inseriscono appositamente sui social per creare dipendenza. La proposta davvero rivoluzionaria, a mio parere, è che il mondo adulto si appropri di una sfida diretta e profonda, piuttosto che di una battaglia a responsabilità limitata: dobbiamo chiederci se è lo Stato che limita le aziende oppure se ci troviamo in una struttura sociale per cui sono le aziende che orientano le scelte dello Stato». Con gli adulti – genitori ed educatori – che dovrebbero «essere luce e guida e anziché scrivere su Facebook (ormai lì ci siamo solo noi) severe sentenze sulle nuove generazioni, forse dovremmo ricominciare noi a farci trovare in piazza, come facevano i nostri nonni alla sera, senza farci distrarre da leggi-palliativo su smartphone e Internet. Se vogliamo davvero che i giovani si concentrino su altro, forse occorrerebbe consegnarci a loro, come poli d’attrazione forti e audaci, testimoni sereni di una vita autentica, coraggiosa, influente. Insomma, se vogliamo attirare l’attenzione di quei giovani bucanieri, dovremmo essere “tesori” dalle vite più interessanti di una stories. Lo siamo?». Altra valutazione arriva, attraverso il Sir (Servizio di informazione religiosa), da Piero Polidoro, ordinario di Semiotica e presidente del corso di laurea magistrale in Comunicazione, Innovazione ed Experience design dell’Università Lumsa, secondo il quale la scelta della Francia rappresenta solo un primo passo e «segnala una tendenza che trova ormai riscontro in diversi Paesi e, soprattutto, una nuova consapevolezza: esiste una questione che deve essere affrontata. Fino a pochi anni fa provvedimenti simili sarebbero stati quasi impensabili. A mio avviso la direzione è giusta, ma questo deve essere considerato soltanto un primo passo. Non possiamo pensare che basti vietare i social network per risolvere un problema molto più ampio». Inutile negare che un utilizzo distorto di questi mezzi provoca effetti in alcuni casi patologici sui ragazzi «anche se tra l’approvazione di una legge e la sua concreta applicazione esistono difficoltà evidenti. Questi blocchi possono essere aggirati, ma non per questo sono inutili. La necessità di cercare un espediente rende il giovane consapevole che sta superando un limite e può indurlo a riflettere. Accade qualcosa di simile con il divieto di vendita delle sigarette ai minori: alcuni riescono comunque ad acquistarle, ma sanno di compiere un atto illecito e l’esistenza dell’ostacolo contribuisce a limitarne la diffusione». Con il rischio, segnalato da Ivano Zoppi in un articolo del Corriere del 22 luglio, di concentrarsi sul «come vietare», dedicando poche righe al «come educare», focalizzando l’attenzione sulle proposte che giacciono in Parlamento in Italia. «La logica – si legge nel pezzo del quotidiano milanese – non può essere solo quella dell’emergenza, ma bisogna investire sulla prevenzione, per costruire una nuova cultura; quella di un digitale sostenibile. La speranza è che il legislatore rafforzi l’aspetto educativo: educazione digitale e affettiva nelle scuole, formazione per genitori e docenti, supporto per le comunità educative e risorse per chi accompagna i ragazzi ogni giorno. Altrimenti avremo scritto l’ennesimo provvedimento, buono per un titolo di giornale, ma poco incisivo nella vita dei nostri figli».

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