Giusto salario o salario giusto?

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Di Cesare Raviolo

Il decreto-legge “Primo Maggio”, approvato lo scorso 28 aprile, prevede l’introduzione nel nostro ordinamento di un nuovo istituto che il Governo ha chiamato “salario giusto”, cioè un “trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”, definito dai “contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale”. I contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) sono sottoscritti tra i sindacati dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro e fissano le regole fondamentali per ciascun settore economico in materia di orari, mansioni, livelli di inquadramento, retribuzioni minime, ecc. Sono validi per una determinata categoria di lavoratori e vengono periodicamente rinnovati (quasi mai alla scadenza prevista) per garantire la continuità delle tutele normative ed economiche. Secondo il rapporto annuale Mercato del lavoro e contrattazione di marzo 2026, al 31 dicembre 2025 i contratti collettivi nazionali in Italia erano 865; di questi quelli sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil erano 160 (18,5%) e coprivano il 96,8% dei lavoratori, mentre quelli firmati da altre associazioni di categoria erano 705 (81,5%). Solo le aziende che applicheranno il “salario giusto” potranno accedere ai bonus di minimo 500 Euro e massimo 800 Euro mensili, mediante esonero dal pagamento dei contributi previdenziali per due anni: “bonus donne”, “bonus giovani”, “bonus Zes 2026” (per le imprese localizzate nelle Zone Economiche Speciali), incentivi per la stabilizzazione dei contratti a termine e per la conciliazione tra famiglia e lavoro. Il “salario giusto” non va confuso né con il “salario minimo”, cioè la retribuzione minima stabilita per legge, né con il “giusto salario”, introdotto già dalla Rerum Novarum (1891) e concetto-chiave nella Dot- trina Sociale della Chiesa, che considera il lavoro un valore e la sua retribuzione in relazione sia alle necessità di vita della persona, sia al bene comune. In Italia il proble- ma sono i salari bassi, che non difendono il potere d’acquisto dei lavoratori. I 960 milioni stanziati dal decreto non serviranno ad aumentare i salari ma solo a ridurre i carichi contributivi delle imprese se, rispettando i Ccnl, assumeranno nuovo personale; ma non è detto che ciò accada, perché le imprese assumono quando produzione e domanda sono crescenti. Il che non sembra essere il caso dell’Italia di oggi. Giusto salario o salario giusto non è un gioco di parole.

raviolocesare [at] gmail.com

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