La giudice fuori dal bosco
Di Silvia Malaspina
Cara la mia Cecilia Angrisano, presidente del Tribunale dei Minori dell’Aquila, da alcuni giorni sei sotto vigilanza e sotto scorta in seguito alle minacce ricevute per la vicenda della “famiglia nel bosco” e per questo presto sarai trasferita a Perugia. Questi i fatti: il 7 marzo, ad attuazione di un’ordinanza del Tribunale da te presieduto, Catherine Birmingham è stata allontanata dalla casa famiglia di Vasto, dove dal 20 novembre scorso risiedeva insieme ai tre figli. Le motivazioni di tale provvedimento, come tu stessa e il procuratore della Repubblica David Mancini, avete spiegato in una nota, “sono ispirate esclusiva- mente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale”. Cara Giudice, questa vicenda ha scosso l’opinione pubblica e non ti nascondo che anche la mia prima reazione è stata di schierarmi con mamma Catherine, obbligata a separarsi dai figli: come si può pensare che una mamma possa vivere senza i propri bambini? Viene da chiedersi: di quali inenarrabili mancanze si sarà macchiata per aver meritato una così feroce condanna? Eppure, nel groviglio di provvedimenti, comunicati, prese di posizione a favore dei genitori, dichiarazioni molto dure di vari ministri e di Giorgia Meloni, c’è qualcosa che non torna. Quasi tutti gli organi di informazione hanno fino a oggi raccontato gli avvenimenti esclusivamente dalla parte della fami- glia, dedicando risicate precisazioni all’operato dei giudici. Cercando di dipanare la matassa, mi sono imbattuta in molti reportage che mirano a screditare il vostro operato, lasciando spazio alle esternazioni di persone che non solo non sono preposte alla tutela dell’infanzia, ma, ignorando completamente la normativa in materia, parlano a casaccio, finendo col fomentare l’astio. Saprai bene, cara Giudice, che è consolidato costume italico improvvisarsi specialisti nei più svariati settori, a seconda delle te- matiche contingenti: questa vicenda non ha certo fatto eccezione, ma converrebbe fare un passo indietro e considerare con imparzialità tutte le ragioni in causa. Se, come emerso dalle vostre perizie, i tre bambini in età di obbligo scolastico riescono a malapena a scrivere il proprio nome, ignorano la lingua italiana, incoraggiati dalla madre dimostrano aggressività verso le assistenti sociali, attentando alla loro incolumità e a quella degli altri piccoli ospiti, non è forse dovere dei rappresentanti delle istituzioni intervenire? Dura lex sed lex non è un’opinione, ma il basamento di una società civile.
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