Quando il teatro diventa salvezza e rinascita

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De Misericordia di Davide Ferrari interpretato da Rosario Padovano al “San Rocco” di Voghera

VOGHERA – Tutto esaurito al teatro “San Rocco” mercoledì scorso per la rappresentazione di De misericordia, un lavoro teatrale molto speciale che ha emozionato il pubblico. Sul palco al centro della scena c’era Rosario Padovano, detenuto della Casa circondariale di Voghera, che ha raccontato la sua storia in un monologo in rima scritto dall’attore, regista, autore teatrale e poeta Davide Ferrari, fondatore della compagnia Maliminori, che da più di 15 anni collabora con il carcere promuovendo laboratori teatrali. Il teatro, infatti, per Ferrari è un’importante possibilità, «un veicolo per far trasparire delle emozioni reali, per comprendere la differenza tra bene e male, il rapporto con la vita e la morte, con le regole, con una giustizia giusta ed è anche un modo per scoprire le possibilità espressive personali che magari ignora, consentendo libertà di espressione emotiva e favorendo la capacità di studiare a memoria». Rosario ha fatto sua l’esperienza teatrale proposta da Ferrari e si è già cimentato in 5 spettacoli diretti dal regista, cimentandosi con grandi autori come Shakespeare, Aristofane, Becket e Cervantes e anche con un testo dello stesso Ferrari. Il testo di De misericordia muove i primi passi nel 2019 quando Ferrari vuole partecipare al festival “I teatri del sacro”. L’ispirazione del testo è stata tratta dal quadro di Caravaggio del 1607, conservato presso il Pio Monte della Misericordia di Napoli, in cui il pittore proietta tutte le opere di mise- ricordia corporali in un ipotetico scenario cittadino partenopeo, brulicante di vita e di faccende quotidiane in cui è “l’uomo che aiuta l’uomo”, proprio quello che, al contrario di ciò che si possa pensare, accade molto spesso in un carcere. Sono così scaturite sette scene, come le sette opere di misericordia corporali – alloggiare i pellegrini, sfamare gli affamati, seppellire i morti, dissetare gli assetati, curare gli infermi, visitare i carcerati, vestire gli ignudi – in cui il protagonista, Rosario, si confessa e si rivela a Gesù Bambino nella notte di Natale trasformando il dolore in una forza che parla a tutti. La figura della madre che perdona un figlio, quella di Kimberly, una ragazzina autistica di cui Rosario si è preso cura quotidianamente in una missione in Cile, l’infanzia e l’innocenza del bambino, i dubbi dell’uomo, l’esperienza del teatro e dell’arte come via di fuga e impegno quotidiano sono tappe della memoria e seme di speranza. Lo spettacolo è il risultato di un lavoro basato su rispetto, fiducia e collaborazione con Rosario realizzato da Ferrari che con molta delicatezza e pudore ha cercato di trasfigurare alcuni episodi salienti della vita del protagonista, soggetto e oggetto di misericordia, attraverso il ritmo e la magia della parola poetica e le immagini sceniche per provare a restituire al pubblico la complessità e la grazia che attraversa l’esistenza di ogni essere umano fatta di incontri e riflessioni, viaggi, gioie e dolori, fragilità e coraggio, solidarietà. Il risultato è stato un lavoro che ha coinvolto e commosso più di trecento spettatori presenti al “San Rocco” come ha dimostrato il lungo e caloroso applauso per Rosario e per Davide, il quale ha espresso gratitudine all’attore e a quanti hanno creduto nell’idea. Tra il pubblico vi erano il sindaco Paola Garlaschelli, membri dell’Amministrazione comunale, della Polizia penitenziaria, alcune autorità, i parroci mons. Marco Daniele e don Cristiano Orezzi, insieme al direttore della Casa circondariale Davide Pisapia e al vescovo di Tortona. Gli ultimi due, al termine della rappresentazione, hanno ringraziato Rosario e Davide per il lavoro svolto. Mons. Guido Marini, in particolare, sottolineando la frase finale del testo – “Non cercate tra i morti colui che è vivo” – ha ricordato che «sono tanti i possibili passaggi mortiferi nella nostra vita, ma non hanno mai l’ultima parola» proprio perché «Colui che era morto è un vivente» e Rosario con la sua arte ha voluto rappresentare «l’aurora che sconfigge la notte» perché il Risorto è davvero «l’aurora senza fine» alla quale fare spazio nella propria vita.

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