Chiedo scusa, disturbo?

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di Patrizia Ferrando

Le parole diventano amiche o nemiche a seconda di come le usiamo.

Suona ovvio ma, per affrontare un altro tassello delle “buone maniere minime”, penso sia utile evidenziare un effetto al limite del deleterio. Quale? Il concetto di “disturbo”.

Molti anni fa una spassosa serie di libri umoristici classificava i congiunti sulla base dei loro caricaturali comportamenti. Tra questi c’era la suocera “Disturbo?”.

La signora veniva ritratta pronta a piombare in casa, irrompere nelle stanze, telefonare, sempre in momenti inopportuni e paradossali, gorgheggiando il fatidico «Disturbo?».

Veniamo a noi. Quante volte capita di reiterare l’abitudine, spesso appresa per imitazione, di ventilare in un modo o nell’altro, nei nostri discorsi, l’idea del “disturbare”? Ci sono almeno un paio di ottime ragioni per smettere e prescindono dalla scarsa eleganza verbale.

Esistono moltissime occasioni in cui qualcuno, trovandosi nell’intimità di casa propria, avendo qualche priorità di cui occuparsi o essendo molto affaccendato, proprio non vorrebbe o non potrebbe riceverci o ascoltarci.

Non emuliamo la suocera del libro, una parolina affettata non risolve, anzi. Meglio seguire altre regole, come: non trasformare una visita, anche breve, in una violazione di domicilio. Annunciamo sempre, meglio se con preavviso, il nostro arrivo e adoperiamo modi appropriati, affinché sia consentito di rinviare o declinare, virando, magari, su altre forme di comunicazioni se la faccenda è urgente. Quando telefoniamo, cerchiamo una sintesi per far sapere se il nostro intento sta nel chiacchierare, nel trasmettere una notizia o porre una domanda e se invece vorremmo discutere con ampiezza. Informiamoci sull’opportunità del momento per chi sta all’altro capo del telefono.

Qualcuno penserà che, giustamente, non si piomba in casa altrui e non si inchiodano malcapitati all’apparecchio telefonico, ma che, in qualche modo, si domanda se si disturba.

E qui vengo al lato puramente semantico: preferiamo chiedere se il nostro interlocutore ha tempo o se è un buon momento, frasi equipollenti incluse, per evitare da un lato di avviarci in spirali di luoghi comuni («tu non disturbi mai», etc.), dall’altro, e sopratutto, per sollevare chi dovesse chiederci di chiamare più tardi, d’incontrarci domattina, di stare rimarcando il nostro effettivo impatto disturbante.

In ultimo, ancora da evitare «tolgo il disturbo» quando ci accomiatiamo perché suggerisce l’idea di una compagnia molesta e «non dovevi disturbarti» di fronte a un regalo, in quanto sminuisce la gioia e il desiderio di condivisione nel dono. Non occorre vivere presso una corte reale per scoprire quando la forma è sostanza.

patrizia.marta.ferrando@gmail.com

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