I richiami di Mattarella

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di Ennio Chiodi

È certamente inusuale, se non inedito, nella nostra recente storia politica e istituzionale, che un presidente della Repubblica decida, una bella mattina, di prendere in mano il telefono, chiamare il ministro dell’Interno, chiedere chiarimenti, formulare quello che appare indiscutibilmente un forte richiamo e subito dopo informare il Paese sia della telefonata sia dei suoi contenuti. Se poi questo presidente è Sergio Mattarella – primo testimone delle regole e delle prassi costituzionali, prudente e di grande equilibrio – allora è d’obbligo fermarsi un momento a riflettere sperando che, con noi, lo faccia chi ha responsabilità di governo e di “guida” del Paese. Eppure succede – di questi tempi – che il capo dello Stato ci informi di «aver fatto presente al ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli, ma sulla capacità di assicurare sicurezza, tutelando al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Urca, altro che moral suasion! Sono parole che non ammettono repliche, riferite a quelle cariche di polizia ordinate per fermare– con un eccesso, diciamo, di “energia” – il corteo di giovani in piazza a Pisa nell’ambito delle manifestazioni pro Palestina. Al di là del merito e delle circostanze, che vanno sempre valutate con attenzione, dalle parti del Quirinale si avverte probabilmente un atteggiamento di leggerezza, di “libertà di movimento” mai esplicitamente autorizzata, ma che si presume tollerata: un “clima”, insomma, che va regolato, prima che si surriscaldi pericolosamente, con un occhio ai prossimi eventi del G7 e alle inevitabili manifestazioni che li accompagneranno. Ancora più inusuale per un presidente attento e rigoroso come Sergio Mattarella che questo richiamo segua di pochissimi giorni un altro messaggio, altrettanto chiaro e puntuale: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza, insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto, ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte, della stessa presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Si riferisce ai poco cortesi epiteti del presidente della Regione Campania nei confronti di Giorgia Meloni e alle cupe cerimonie in cui a Roma si sono bruciati manichini che la raffiguravano. Un forte richiamo alla dignità della dialettica politica e del civile confronto. Sia chiaro: Sergio Mattarella non intende dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Non è da lui. Chi cerca di appropriarsene, non si domandi “per chi suona la campana?”. La campana, dal Quirinale suona per tutti. Sarà bene prestare orecchio.                       

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