«È meglio chiudere qualche chiesa e aprire qualche oratorio in più»
Riprendiamo la nostra indagine sugli oratori della Diocesi: luoghi di preghiera e di aggregazione o semplici posti in cui si “va a giocare”? Lo abbiamo chiesto a don Gian Luca Vernetti, arciprete di Stradella, che ha dedicato una vita ai giovani, che li ha conosciuti da vicino, che li ha ascoltati e che ha radunato, prima di tutto attorno al Signore, centinaia di ragazzi, trasformando l’oratorio nella loro seconda casa
Le ultime parole di don Gian Luca. E non lo sapevamo
Uno scherzo del destino, ma io preferisco definirlo “un disegno di Dio”: per la nuova puntata di “Oratorio Oggi” – la nostra indagine sugli oratori della Diocesi che continua ormai da qualche mese – ho deciso, la scorsa settimana, di intervistare don Gian Luca Vernetti. Lo ha fatto per voi Marco Rezzani che giovedì 26 febbraio, in mattinata, ha incontrato don Gian Luca in canonica a Stradella e gli ha rivolto alcune domande sulla sua lunga esperienza con centinaia e centinaia di giovani maturata nel corso della vita. Le risposte sono state, come al solito, interessanti. Venerdì 27 febbraio ho riletto e impaginato questo pezzo e subito dopo, alle 16.12, ho inviato un messaggio audio a don Gian Luca per ringraziarlo. Alle 17.30 sono stato informato che don Vernetti era morto. Così, in queste ore, ho pensato molto all’eventualità di pubblicare o meno l’intervista e ho deciso, senza esitazioni, che sia giusto farlo. In pratica si tratta dell’ultimo “discorso pubblico” di don Gian Luca; le sue ultime parole che – adesso – suonano quasi come un testamento, soprattutto perché parla dei “suoi ragazzi” e lo fa a un amico, prima ancora che a un giornalista. Il pezzo che trovate qui sotto esce come lo avevo concepito prima di sapere che don Gian Luca non lo avrebbe mai più riletto. Sono certo che faccia piacere a tanti “ascoltare” quel che dice, immaginando il timbro della sua voce e l’espressione del suo volto. Ancora una volta.
Matteo Colombo
Il nostro viaggio nel mondo degli oratori riparte da Stradella dove siamo ritornati per incontrare l’arciprete don Gian Luca Vernetti. Non per parlare dell’oratorio della sua parrocchia – lo abbiamo già fatto in una delle prime puntate di “Oratorio Oggi” – ma per accogliere una riflessione più allargata da chi si è sempre occupato di giovani, sia nella Pastorale Giovanile sia nell’Azione Cattolica, vivendo a stretto contatto con loro, conoscendoli da vicino e ascoltandoli.
Don Gian Luca ha l’oratorio nel cuore dal giorno della sua ordinazione, meglio, da sempre. Classe 1968, ordinato presbitero dal vescovo Mons. Luigi Bongianino il 20 giugno 1992, ha svolto il suo primo incarico come curato a Broni con l’allora parroco mons. Mario Fascioli, chiamato a guidare l’oratorio parrocchiale di via Montebello. A Broni è arrivato in un pomeriggio d’estate, nel cortile della canonica per il primo incontro con l’arciprete. Vi è rimasto per dieci anni, fino al 2001. Dopo Tortona e quindi l’approdo a Varzi. Anche qui ad attenderlo ha trovato l’oratorio.
L’esperienza a Broni, però, è rimasta memorabile. Il “De Tommasi”, prima chiuso o poco attivo, era stato riattivato dal curato don Maurizio Ceriani che, nel suo ministero bronese, si è occupato principalmente di “costruire” un gruppetto di giovani che potessero animare la struttura. Nel 1992 il passaggio del testimone a don Gian Luca con la sfida – vinta – di fare dell’oratorio il cuore pulsante di un’intera comunità. Un tempo di intenso lavoro durante il quale il don e i suoi giovani – chi scrive è stato uno di quelli – si trasformarono in muratori, elettricisti, demolitori, idraulici, pittori e via dicendo; anni in cui l’oratorio cambiò volto: il bar, le aule del catechismo, i campi, il teatro, il campetto giochi e molto altro. Cresceva la struttura, ma soprattutto cresceva la voglia di stare insieme, si consolidavano amicizie e nascevano amori e, con essi, il desiderio di servire il Signore, impegnandosi per i fratelli più piccoli.
Questo diceva don Gian Luca ai suoi ragazzi: «Il nostro lavoro non ha senso se non è orientato al Signore Gesù; il nostro ritrovarci non porta a nulla se non affonda le sue radici nel Signore». E si faceva sempre più strada il desiderio di conoscere meglio Gesù, di pregarlo, di stare in sua compagnia.
«Uno dei primi lavori – ricorda Vernetti – è stato quello di dotare l’oratorio di una cappella. La ricavammo in un locale adiacente al teatro, lì ci trovavamo per i Vespri, vi portammo l’Eucarestia, diventò l’anima viva dell’oratorio in cui ritemprarsi perché la preghiera doveva essere la prima cosa». E poi tante iniziative che coinvolgevano un numero sempre crescente di parrocchiani: le feste, la nascita di una compagnia dialettale, i musical, la formazione e l’impegno caritativo.
A Varzi un copione simile: anche qui fatica, sacrificio, collaborazione di uomini e donne di buona volontà, eventi e… l’oratorio aperto tutti i pomeriggi. Viene spontaneo quindi parlare con don Gian Luca dell’oratorio oggi, di come è cambiato in trent’anni. «Per me l’oratorio era una casa; per me e per la gente. Oggi, invece, l’oratorio, un po’ come anche le nostre parrocchie, viene vissuto a sprazzi per qualche iniziativa, come un presidio che eroga un servizio. A mio avviso manca la continuità nei giovani che lo vivono. Ne sono prova ad esempio – è la mia semplice opinione – alcuni modelli, seppur lodevoli, di esperienze residenziali che rischiano però di non creare comunità – lasciami dire – continuativa. La sfida dell’oratorio di adesso è quella invece di edificare una comunità, non per alcuni eventi, ma per sempre. Io vivevo l’oratorio come la mia famiglia e così i miei ragazzi. Non passava giorno che non ci vedessimo e le nostre porte erano sempre aperte».
«Prendi i tanti lavori che abbiamo fatto. – continua don Gian Luca – Venivano eseguiti dai giovani o quantomeno con la loro collaborazione; oggi non accade più. Era l’amore per le strutture che contribuiva a costruire l’amore per gli altri. Oppure il Grest. Si tratta di un servizio importantissimo, ma deve essere un punto di partenza; deve essere preparatorio per un cammino che prosegue tutto l’anno, pur ovviamente in forme diverse. Si tratta di una prova per la vita dell’oratorio 365 giorni su 365. Altrimenti rischia di essere un impegno enorme, ma forse fine a se stesso».
L’attenzione non può a questo punto che cadere su alcuni temi assai dibattuti: baby gang, bullismo, droga. «Smettiamola di dire che oggi le cose vanno peggio del passato, per esempio di quando ero curato a Broni. – l’opinione del sacerdote – Anche allora c’erano tra i nostri giovani fuori riga, ci litigavi, magari anche aspramente, ma poi ti confrontavi, sempre con rispetto, un dialogo anche con i genitori che spesso venivano coinvolti. C’era anche tanta droga, forse più di adesso. Le difficoltà di oggi sono quelle di ieri. I ragazzi di oggi sono come quelli di ieri. Forse la differenza sta nel fatto che si era – preti e animatori – sul territorio, realmente e concretamente in mezzo alla gente; si conoscevano le situazioni e le famiglie. Si faceva di tutto per esserci. Quante volte ci è toccato di andare a recuperare qualche ragazzo che aveva preso una strada sbagliata! Si era preti ed educatori a tempo pieno. Ora forse non è più così, le famiglie sono in crisi, i preti sempre meno, i ragazzi sempre più presi da tante cose, ma non è una giustificazione per rimanere fermi. Alcune caratteristiche della nostra azione pastorale del passato dobbiamo riprenderle».
Cosa fare dunque? Tirare i remi in barca? Assolutamente no! L’oratorio ha ancora senso. «Bisogna renderlo attrattivo, “appetibile”. – la ricetta di don Vernetti – I giovani oggi, come quelli di ieri, hanno desiderio di cose grandi e noi dobbiamo soddisfare questa sete di bello. Io se fossi un genitore manderei mio figlio all’oratorio se sapessi che lì c’è un’assistenza, la presenza di giovani e di un prete o di una suora, di genitori pronti a lavorare insieme, e se sapessi che è aperto non solo per il catechismo o per organizzare qualche festa o qualche evento. Insomma, se sapessi che lì c’è una comunità che accoglie. È questa la sfida e l’attualità dell’oratorio: costruire la comunità. I giovani vanno coinvolti, vanno aggregati, devono vedere la gioia sul volto di preti e animatori. Non tutte le situazioni sono sovrapponibili; certo è faticoso, lavorare con i ragazzi richiede un impegno grande e forse – permettetemi questo azzardo – sarebbe meglio chiudere qualche chiesa e aprire qualche oratorio in più; dire qualche Messa in meno e stare di più in oratorio o tra i giovani. Lavorare per loro è una fatica bella. Ci devono consolare due aspetti che ho toccato con mano prima a Broni, poi a Varzi e ora a Stradella: la nostra gente è ancora attenta alla vita dell’oratorio e poi non è cambiato l’amore. Se amiamo i ragazzi verremo sempre ricambiati».
«Nella mia vita sacerdotale – conclude il don – mi hanno dato tanto e continuano a darmi tanto. In molti, ancora oggi, ormai adulti, bussano alla mia porta per la celebrazione del Matrimonio, del Battesimo dei figli, per un problema che li affligge… Questo lo devo all’oratorio. Che mi manca e che rifarei ancora».
Marco Rezzani

