Le ragioni di una scelta che non ha bisogno del quorum
Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Gli Italiani sono chiamati a esprimersi su una revisione della Costituzione che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti
DI MARCO REZZANI
Nella Gazzetta Ufficiale n. 10 del 14 gennaio 2026 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica del giorno prima con il quale viene indetto, per i giorni di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, il referendum popolare confermativo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 30 ottobre 2025. Il testo del quesito referendario, come riformulato dal Decreto a firma di Sergio Mattarella in data 7 febbraio 2026, è il seguente: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”. Le operazioni di voto si svolgeranno domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. Lo scrutinio avrà inizio subito dopo la chiusura della votazione. Si tratta di un referendum di tipo costituzionale, ovvero uno strumento previsto dall’articolo 138 della nostra Costituzione che consente ai cittadini di intervenire direttamente nel procedimento di revisione costituzionale. A differenza del referendum abrogativo, che ha lo scopo di eliminare una legge ordinaria già in vigore, il referendum costituzionale ha una funzione confermativa: serve a stabilire se una legge di revisione della Costituzione, già approvata dal Parlamento, debba entrare definitivamente in vigore oppure no. Il ricorso a questa tipologia di consultazione non è automatico. È previsto quando, durante l’iter parlamentare, la legge costituzionale non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna Camera. In questa ipotesi, la Costituzione affida al corpo elettorale la decisione finale, rafforzando il ruolo dei cittadini nelle scelte che incidono sull’equilibrio dei poteri dello Stato. Il referendum non consente di modificare il testo della riforma: l’elettore è chiamato a pronunciarsi sull’intero impianto normativo così come approvato dal Parlamento. Un elemento essenziale da chiarire è che il referendum costituzionale non prevede quorum di partecipazione. Il risultato è valido indipendentemente dal numero di elettori che si recano alle urne: conta esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi. Questo aspetto rende il voto particolarmente rilevante, perché ogni scelta contribuisce direttamente a determinare se la riforma costituzionale produrrà effetti o resterà priva di efficacia. Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una revisione della Costituzione che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. In particolare, il testo approvato dal Parlamento prevede la creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi gli organi mantengono una composizione a prevalenza togata, analoga a quella attuale, ma operano separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante. La riforma introduce inoltre una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questo organo è composto in prevalenza da magistrati, ma si distingue dagli attuali Consigli Superiori, che non svolgeranno più funzioni disciplinari, concentrandosi sul governo delle carriere. Un ulteriore profilo rilevante riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma prevede il ricorso al sorteggio, in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto, con l’obiettivo dichiarato di incidere sulle dinamiche associative e sul ruolo delle correnti all’interno della magistratura. Votare Sì significa confermare questa riforma costituzionale e consentirne l’entrata in vigore; votare No comporta il mantenimento dell’assetto costituzionale vigente. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2025, gli aventi diritto al voto per il referendum sulla giustizia sono 52.016.584. Un bacino elettorale ampio, che include 5.625.623 cittadini iscritti all’AIRE, quindi residenti all’estero e chiamati a votare per corrispondenza, e 290.333 neo-diciottenni entrati per la prima volta nelle liste elettorali. Vivace il dibattito tra le forze politiche: tutti i partiti che sostengono la maggioranza di governo sono a favore del Sì al referendum; Pd, Movimento 5 Stelle e Avs per il No; Italia Viva lascia libertà di voto; Azione e + Europa sono per il Sì.



