Noi impariamo dai malati

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di Arianna Ferrari e Andrea Rovati

LEI

Anche stamattina non ho riconosciuto subito il suono della mia sveglia, ho ripassato l’anagrafica per ricordarmi il mio nome e sono uscita solo dopo l’indispensabile caffè. In macchina pensieri su come sarà la giornata e sulle restanti cose da fare al termine del lavoro. Spesa e impegni vari vanno incastrati tra un turno e l’altro. I miei e i suoi. Ho ancora un margine di riflessione tra l’arrivo al parcheggio, il timbro del cartellino e il momento in cui indosso la divisa. Dopo stop, ingresso in reparto e quella sensazione di essere in un luogo nel quale odori, orari, luci e suoni hanno una peculiarità unica. È così per chi ci lavora e per chi è ricoverato. Curioso il fatto che alcune frasi usate in ospedale richiamino termini militari: passare le consegne, essere di guardia, smontare il turno… riposo. Forse perché affrontare la malattia e la morte è una battaglia per tutti. Ogni malato ha la sua storia e i suoi bisogni. Capire cosa sia il meglio da fare o da dire per ognuno tra campanelli, ricoveri e dimissioni non è facile. A volte torno a casa come un reduce che sa però di aver provato a combattere una buona battaglia. Quante cene in cui parliamo delle persone assistite! Hai quasi l’impressione che siano sul tuo stato di famiglia tanto ne vieni coinvolto. Dopo anni trascorsi a lavorare là dentro, credo che siamo “persone con persone” e che le vite di curato e curante si intersechino e si tocchino ogni giorno. Prendersi cura non significa poter risolvere sempre le situazioni, ma garantire di esserci nei momenti difficili della vita.

arifer.77@libero.it

LUI

«Dutùr… nuànta!». Conosco Giovanni una mattina soleggiata di fine settembre, ma sembra di essere in piena estate con questo caldo. Il paese è uno dei tanti della pianura, né grande né piccolo; il centro è fatto di vecchie case, ora quasi tutte chiuse e in cattivo stato, ma quanta storia dev’essere passata in queste vie, quanta vita! Nel mondo contadino era la vivace capitale della zona, oggi, invece, chi è rimasto si è spostato in periferia, in villette o palazzine anonime e silenziose; chissà, un domani anche loro susciteranno emozione… adesso, mi mettono solo tristezza. Giovanni è malato e sa che non ha ancora molto tempo davanti; ha 90 anni e me lo dice ogni volta con il suo vocione baritonale, facendo segno con le dita. Non si è mai sposato e lo assiste la sorella, in gamba ma anche lei ultraottantenne, con il marito altrettanto anziano e male in arnese tanto che quando entro in casa la prima volta mi chiedo chi sia il malato. È sereno, avrei scoperto più tardi che è solo preoccupato perché teme che quando se ne andrà nessuno pregherà per lui e quindi vuole lasciare ciò che ha in eredità a una suora perché faccia celebrare delle Messe in suo suffragio. Sarei tornato molte volte da Giovanni, non a curarlo con la mia poca scienza ma a farmi curare dalla sua umanità, dalle sue preghiere e da una fede semplice e granitica che manifestava ogni volta. Te ne sei andato poco prima di Natale, Giovanni, ma non preoccuparti: pregherò io per te.

andrea.rovati.broni@gmail.com

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