Dante, il Duca e le coliche

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In questo tempo in cui l’orizzonte di tutti noi si è ristretto, anche la vita degli adolescenti si snocciola in giornate tutte uguali. La ragazza vive secondo moduli quotidiani rigidissimi, che farebbero la felicità di chi fosse affetto dalla sindrome di Asperger: scuola (a distanza), sport (non smetterò di ringraziare chi ha illuminato il redattore dell’ultimo Dpcm, introducendo la postilla che consente agli atleti tesserati di proseguire negli allenamenti), studio. Di conseguenza gli argomenti di conversazione casalinga hanno perso varietà, alla quale si sopperisce parlando, incredibile dictu, di programmi scolastici.

Ho verificato che la didattica a distanza compensa eventuali carenze emerse durante le ore di lezione con un carico maggiore di compiti e di studio da svolgere nel pomeriggio, responsabilizzando i ragazzi a riordinare gli appunti e ad approfondire argomenti che nella classe virtuale non si sono potuti chiarire a sufficienza, avendo a disposizione un tempo curriculare ridotto.

La ragazza è approdata allo studio della “Divina Commedia”: temevo l’impatto con un poema così impegnativo, sia perché ho ben vivo il ricordo di “sudate carte” con infinite parafrasi e commenti, delizia dei miei ruggenti anni liceali, sia perché l’alunna in questione non è personaggio da studiare docilmente quanto le viene proposto senza porsi domande, spesso polemiche. Infatti: «Non capisco perché Dante ha messo Paolo e Francesca all’inferno! Poverini! Che colpa avevano se si erano innamorati? A quell’epoca i matrimoni erano tutti combinati: Francesca sarà stata obbligata a sposarsi con quel Gianciotto Malatesta: uno con un nome così, chissà che brutto era!».

Ma è l’intera costruzione poetica dantesca a suscitare in lei profonda impressione, tanto che, mentre io sono immersa nelle faccende domestiche, mi intrattiene: «Ti rendi conto che testa doveva avere Dante per aver ideato un poema così? Per me era fuori come un poggiolo fiorito: come ti può venire in mente di collocare la gente all’inferno o al purgato-rio o al paradiso a tuo piacimento? Poi tutto ’sto ambaradan per una (Beatrice) che nemmeno gli rivolge la parola e invece di accompagnarlo gli manda Virgilio come gui-

da! A proposito, ti risulta che Virgilio abbia scritto le “Coliche”?». Mi appoggio alla sco-pa elettrica per non stramazzare sul pavimento e svento la fantasiosa attribuzione: «Non so se il povero Virgilio soffrisse di calcoli renali, ma so per certo che ha scritto le “Bucoliche”». Sguardo complice: «Ah, mi sembrava strano! È che la voce della prof. va e viene e mi sono persa un pezzo! Infatti pensavo: va bene che fossero matti, ma scrivere un poema sulle coliche è peggio che scriverne uno per mandare la gente all’inferno!».

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