Christa: la vita dopo la morte

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Di Ennio Chiodi

Una donna di 50 anni lotta contro la morte nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Nashville, in Tennessee. È priva di coscienza, intubata e collegata a un ventilatore polmonare. I medici fanno di tutto per salvarle la vita mentre autorità politiche e magistrati trepidano per la sua sorte: dovrà farcela, altrimenti come sarà possibile ucciderla? Christa Pike è stata ricoverata dopo due tentativi falliti di eseguire una condanna a morte con iniezioni contenenti dosi letali di pentobarbital, un farmaco generalmente usato come pre-anestetico e per le sedazioni. Con Christa è andata male. L’“execution team” le ha sbagliate tutte: vene non trovate, dosi sbagliate, la sostanza che fuoriesce, irrita la pelle e provoca terribili bruciori, la morte che non arriva. Non è la prima volta che accadono incidenti di questo genere, ma quasi tutti si sono conclusi con il “lieto fine”: il decesso del condannato dopo una prolungata assurda agonia. Christa – la prima donna, dal 1820, su cui sia stata eseguita una condanna capitale nel Tennessee – ha resistito ma non sappiamo in che condizioni fisiche e neurologiche potrà sopravvivere, am- messo che i boia non siano richiamati a finire il lavoro lasciato in sospeso. Il governatore Bill Lee ha interrotto le esecuzioni previste fino a dicembre, ma senza cancellare le sentenze. Christa è stata condannata quando aveva 19 anni, nel 1996, per l’omicidio, compiuto con altri amici, di Colleen Slemmer, una ragazza di 19 anni. Colleen è stata assassinata per gelosia con particolare ferocia e crudeltà. Nata con qualche danno neurologico dovuto all’abuso di alcool della madre in gravidanza, Christa ha subito fin da piccolissima ripetute vio- lenze e maltrattamenti da parenti, amici di famiglia, vicini di casa: un ambiente non proprio sereno. Affetta da disturbi bipolari, ha fatto uso di sostanze a ha tentato più volte il suicidio. Circostanze non prese particolarmente in considerazione dalle Corti che per più di trent’anni l’hanno costretta nel braccio della morte ad attendere giorno dopo giorno una chiamata definitiva. Pene severissime e sacrosante sono previste per chi commetta anche i peggiori crimini, ma nessuno Stato può sentirsi autorizzato a torturare e uccidere in nome della giustizia e del bene comune anche chi ha commesso terribili reati. Senza contare i numerosi errori giudiziari e le novità che emergono negli anni di detenzione con nuove indagini ad alleggerire, se non a cancellare, le responsabilità del condannato. Un’altra morte, altre violazioni della dignità di un essere umano, non aggiungono nulla alla pietà per vittime innocenti e devastate, al dolore e alla giustizia, ma cancellano definitivamente tracce di speranza e di redenzione.

enniochiodi [at] gmail.com

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