Mariella Enoc: «Don Aldo mi ha insegnato l’umanità di Dio»

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Domenica 16 febbraio si terrà a Tortona il convegno (organizzato da A.C., Meic, Santachiara, U.N.I.R.R.) per ricordare Mons. Aldo Del Monte a 15 anni dalla morte, nostro condiocesano e vescovo di Novara. Ospite d’onore sarà la presidente del “Bambino Gesù” di Roma, che ha condiviso l’ultimo tratto della vita del presule. Questa è un’anticipazione di ciò che dirà

Domenica 16 febbraio, alle ore 16, nel Ridotto del teatro “Civico” di Tortona, verrà ricordato Mons. Aldo Del Monte nel quindicesimo anniversario del suo ritorno al Padre. “Gloria Dei, homo vivens. Misticismo e operatività sociale” è il titolo dell’incontro al quale interverrà anche Mariella Enoc, presidente dell’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, testimone della vicenda umana e sacerdotale del vescovo nato a Montù Beccaria il 31 maggio 1915 e morto a Massino Visconti, in provincia di Novara, il 16 febbraio 2005.

Noi l’abbiamo intervistata.

Presidente, che ricordi serba nel cuore del primo incontro con Mons. Del Monte?

«Devo confessarle che il primo incontro con lui non fu subito di particolare empatia. Mi chiamò per affidarmi la presidenza dell’Azione Cattolica della diocesi di Novara. Io non lo conoscevo e lui conosceva me solamente attraverso le parole di mons. Pino Scabini. La prima occasione in cui ci vedemmo fu durante una cena e, come ho detto prima, non ci fu subito grande empatia. Dissi a don Pino le mie perplessità alle quali mi rispose: “È perché non lo conosci”. Presi le parole di don Pino, del quale mi fidavo ciecamente, come parole sagge. Fui nominata responsabile dei laici della diocesi di Novara e iniziò così una stretta collaborazione con il vescovo Aldo che mi portò ad essere sempre molto vicina a lui.
Una volta diventato vescovo emerito, gli fui accanto quando ebbe seri problemi di salute, a seguito di un intervento cardiaco piuttosto impegnativo. Il cardiologo che lo aveva in cura ci sconsigliò di trattenerlo ad abitare nell’appartamento in città e fu allora che comprai una casa sul lago che divenne la residenza di don Aldo per quasi quindici anni durante i quali crebbe un rapporto davvero filiale e di paternità».

Quali sono i tratti della spiritualità del sacerdote e vescovo don Aldo che più l’hanno colpita e segnata?

«Don Aldo aveva due punti fermi. Il primo lo si trova nel suo motto episcopale – la Gloria di Dio è l’uomo che vive – l’uomo che vive bene, che vuole essere felice. E poi il desiderio di una Chiesa fedele a Dio e amica degli uomini. Nell’ultimo libro di Mons. Del Monte dal titolo “L’umanità di Dio” troviamo in pienezza questi lati del sacerdote e vescovo don Aldo che spesso affermava come è necessario lo sguardo verso l’Alto, ma allo stesso tempo sull’uomo, sulle sue ferite. Tutti tratti che lo accomunano a Papa Francesco, così fedele al mistero dello Spirito, ma così appassionato per l’uomo, per tutto l’uomo. Qui sta la grandezza di don Aldo che penso abbia ancora molto da dire all’uomo, ai sacerdoti e ai laici di oggi e che vada sempre più riscoperto».

Le ha mai parlato della Campagna di Russia?

«Da vescovo mai. O meglio. una volta sola lo sentii parlarne e più precisamente durante un viaggio in Brasile dove si era recato per incontrare i sacerdoti “fidei donum”. Nel suo testamento – di cui porterò una copia domenica a Tortona – scrisse che “la morte è un orrido baratro”. E lui di cadaveri in Russia ne vide molti, cataste di cadaveri. Ci fu chi obiettò che al cristiano la morte non deve far paura, non può essere un baratro. Un giorno ricevetti una telefonata dal cardinale Carlo Maria Martini che mi disse: “Vede, un vero uomo deve avere paura della morte. Io ho paura della morte”».

E poi il Concilio Vaticano II.

«Russia e Concilio sono i due capisaldi della vita di Del Monte. Era uditore al Concilio. Lo aveva mandato a Roma il suo vescovo, Mons. Egisto Domenico Melchiori. Non poteva intervenire essendo appunto uditore, ma annotò tutto e sul Concilio ci ha lasciato scritte cose stupende. Oggi don Aldo incarnerebbe davvero in pienezza il Concilio Vaticano II. Farebbe di tutto perché la Chiesa potesse essere quella generata dal Concilio, certo che lo Spirito genera nuovi cristiani e nuovi germi di storia».

Ci permetta ora di fare un cenno al “Bambino Gesù”.

«È un ospedale straordinario, che va difeso e protetto. Nella mia missione quotidiana cerco di seguire le linee che mi ha dato il Papa che tra l’altro ho incontrato qualche giorno fa: verità, giustizia, rigore. È quello che mi sforzo di fare alla guida del “Bambino Gesù”».

La sofferenza, soprattutto quella dei più piccoli, mette in crisi. Come rispondere a chi afferma che tale sofferenza è inutile e ingiusta?

«Lo faccio con le parole di Papa Francesco: “Io non so rispondere, inquieta anche me, ma una cosa la so: che il Padre ha lasciato morire suo figlio in croce”. È difficile, certo. Nel mio lavoro, facendo formazione in giro per il mondo, tocco con mano tanta sofferenza, anche nei piccoli e nei giovani».

Immagino che le sue giornate siano pienissime. Come riesce a trovare lo spazio per la preghiera?

«È don Aldo che mi ha insegnato una preghiera che recito sempre. È la preghiera del cuore, quella del pellegrino russo: Signore pietà! È tanto semplice quanto efficace».

C’è un passo del Vangelo che le sta a cuore in particolare?

«Il brano in cui si racconta dei discepoli di Emmaus».

E un luogo dove vorrebbe ritirarsi a pregare?

«Nel monastero di Orta San Giulio. Un luogo tanto caro anche a Mons. Del Monte».

Il “Bambino Gesù” è luogo di speranza. Gli uomini e le donne di questo nostro tempo hanno sete di speranza. I giovani dove possono trovare motivi di speranza nel domani?

«Gli direi di buttarsi nel mondo, di avere coraggio, di non aver paura di osare. Sono giovani impauriti che devono riprendere a essere laici vivi, giovani che avendo ben salda la fede, vogliono vivere nel mondo e dare la loro testimonianza.
In ospedale abbiamo tanti giovani ricercatori, di grande valore. Dobbiamo stimolarli. Spesso siamo noi adulti a frenarli, a renderli tristi. Dobbiamo aiutarli a sognare traguardi di vita e di futuro».

Marco Rezzani

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