“Il Duomo non è più quello!”

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Ricorre quest’anno il 60° della conclusione dei restauri della Cattedrale di Tortona. I lavori, iniziati nel 1937, sono terminati nel 1940, in tempo per la Festa di santa Croce

Sul catalogo edito nel 1940 in occasione della Fiera e Festa di Santa Croce don Alberto Garaventa, collaboratore de Il Popolo e già direttore dello stesso dal 1923 al 1935, pubblicava un articolo nel quale si esaltavano i lavori di restauro, della cattedrale, appena terminati, con il titolo «Il Duomo non è più quello!!!»: «Una luce d’alba dorata, accogliente, direi quasi mistica vi invita al raccoglimento, alla preghiera. Non siano più in una casa, abitazione degli uomini, ma si sente di essere nella Casa del Signore […]. Il Duomo non ha più l’aspetto del casermaggio antico o dei saloni di scalo… merci di certe ferrovie, ora si esalta nella mistica luce di quelle artistiche basiliche che danno gloria all’Italia […]. L’abside, libero dalle griglie che deturpavano i finestroni del coro, ben presto ripulito e scrostato dall’intonaco vecchio e cadente e ricoperto letteralmente da finissimi marmi lucidi, levigati, risplendenti come cristalli; i baracconi dell’orchestra relegati in soffitta […] l’organo glorioso per il suo pregio artistico e per gli insuperabili artisti che lo fecero e lo fanno vibrare, collocato in un luogo più decoroso e più adatto, tutti gli affreschi preziosi, ripuliti, richiamati al loro antico splendore, e incorniciati da stucchi dorati […] gli altari di inutile soprastruttura eliminati, ed il vecchio scalone da casermaggio che conduceva agli appartamenti vescovili, sostituito da un altro ricchissimo marmoreo a doppia scalea, che secondo noi è il lavoro che rende maggiormente decoroso il nostro Duomo […]. Il merito di questa opera che finalmente libera la nostra città da una vergogna umiliante? Non si può negare. Lo zelo ardimentoso del Vescovo, l’aspirazione antica del Capitolo, il concorso del Clero, la carità e la fede dei Tortonesi, della città e della Diocesi […]».

Una storia pluriennale quella del restauro della cattedrale nella prima metà del Novecento; un argomento non ancora approfondito che merita di essere conosciuto, almeno a grandi linee, trattandosi del più imponente intervento dopo quelli di metà Ottocento, anche questi, peraltro, meritevoli di uno studio accurato. A due anni dall’ingresso in diocesi, mons. Egisto Domenico Melchiori sulla Rivista diocesana pubblica una lunga lettera pastorale, datata 25 aprile 1936, che pone il problema in termini direi perentori: «Per il Vescovo la Cattedrale è tutto […]. Ma la Cattedrale è pur la Chiesa di tutti i Sacerdoti, anzi di tutta la diocesi. Nella Cattedrale i futuri sacerdoti vengono educandosi al gusto della liturgia ed all’amore delle sante funzioni solenni […]. La Cattedrale è, quindi, per eccellenza la Chiesa del Clero e del popolo della diocesi, una sintesi di tutta la storia diocesana […]. Invece noi abbiamo una Cattedrale che non corrisponde certo all’importanza della diocesi, che è una delle più antiche e più vaste d’Italia. La Diocesi di Tortona che ha saputo dar vita a due grandiosi Seminari, e che possiede un Convitto ecclesiastico ed una Casa di esercizi decorosa deve avere una Cattedrale degna del nome e colle proprie tradizioni […]. Prima di assumere impegni e ordinare disegni e preventivi, occorre provvedere i mezzi necessari […]. In questa lettera vi ho parlati colla preoccupazione del Capo di casa, coll’affetto del Padre di famiglia ed insieme colla fiducia e sicurezza di chi sa di poter contare sulla collaborazione – concorde, fervida ed operosa – dei fratelli e dei figli».

Il 25 giugno successivo sul Popolo veniva pubblicato un estratto della lettera pastorale con l’appropriato titolo “La Diocesi di Tortona deve avere una Cattedrale degna del nome che porta”. Un modo per diffondere più efficacemente la volontà del Vescovo «che è bene sia conosciuta da tutti i diocesani, perché tutti raccolgano la parola e i voti del Pastore e diano con generosità, onde il Tempio massimo della diocesi possa rinnovarsi per essere degno del nome che porta».

I restauri avrebbero comportato, infatti, una spesa notevole e occorreva trovare generosi donatori sia privati sia istituzionali.

Per la verità gli occhi di mons. Melchiori si erano già posati su una somma non indifferente – 648.000 lire – raccolta negli anni precedenti, durante l’episcopato del predecessore Simon Pietro Grassi per la costruzione sul castello del Tempio votivo della Vittoria alla Regina della Pace la cui prima pietra era stata posata il 17 giugno 1932 in occasione di una solenne cerimonia, alla presenza di S.A.R. il duca di Genova e di sei vescovi. Più in là non si era andati e ormai la somma raccolta era ben al di sotto di quella necessaria per edificare il tempio. Sarebbero occorsi infatti quasi quattro milioni. Nonostante le vivaci polemiche sollevate dal gen. Aristide Arzano nei confronti di mons. Melchiori, la vexata quaestio venne risolta a favore del vescovo con un rescritto pontificio che consentiva l’utilizzo di una parte di tale somma.

Nel frattempo la Commissione appositamente istituita, della quale era segretario il prof. Giuseppe Sala, si era attivata per esaminare i progetti pervenuti e scegliendo quello dell’arch. Giovanni Oreste Della Piana di Alba (1895-1974), progetto che venne presentato alle autorità cittadine nell’aprile 1937 in occasione dell’incontro per concordare le manifestazioni della festa di Santa Croce. L’intervento di restauro coinvolgeva, necessariamente, anche i canonici cui spettava l’amministrazione della cattedrale. Il 1° maggio 1937 venne dibattuto, durante una seduta capitolare, il problema dell’organo Serassi che, pur oggetto di trasferimento, doveva essere a parer loro conservato talis et qualis essendo opera dei fratelli Serassi di Bergamo e «già grandioso per se stesso» nonché «di una forza e sonorità di gran lunga sufficiente per la vastità della nostra ciesa cattedrale».

Nel frattempo i lavori sulla facciata erano già iniziati e nel mese di luglio i ponteggi erano in fase di smontaggio e i tortonesi potevano ammirare il «suo nuovo volto, un volto nitido, sereno, sorridente». Su Il Popolo una foto mostra la facciata ancora imbrigliata nei ponteggi con un articolo titolato Tortonesi vi piace la facciata del Duomo? Con l’occasione veniva ribadito che i lavori di restauro avrebbero comportato una spesa ingente sollecitando le offerte dei lettori. Come si legge nell’articolo l’intervento sulla facciata si era rivelato in corso d’opera più costoso avendo dovuto affrontare imprevisti quali, ad esempio, «la riparazione delle strutture superiori, specialmente metalliche il cui deterioramento produceva dannose filtrazioni d’acqua e proprio per questo si dovette intervenire ed issare una tal mole di ponti».

In calce all’articolo compare già un primo elenco delle offerte pervenute per un totale di 251.000 lire. Conclusi i lavori della facciata, nell’ottobre 1937 iniziarono quelli all’interno, esattamente l’11 di quel mese. Nella riunione capitolare del 10 ottobre, infatti, l’arcidiacono mons. Roveda, avvisava: «domani saranno iniziati i lavori di restauro generale… e che i lavoratori inizieranno alle ore 9. L’officiatura mattutina delle ore 8 sarà tenuta come di consueto nel coro, mentre quella serale delle 17,30 avverrà nella sacrestia».

Sulla natura degli interventi ci illumina la lettera inviata al Podestà di Tortona da mons. Melchiori il 31 gennaio 1938 con la quale chiede un sostegno finanziario: «Ora si stanno cambiando le vetrate per ottenere una diffusione conveniente di luce, si sono tolti dal posto che occupavano l’organo e le cantorie, che rappresentavano un ingombro per le navate laterali e rompevano l’armonia delle arcate. L’organo, convenientemente pulito e restaurato a cura della ditta Parodi e Marin di Genova sarà collocato sopra la sacrestia della parrocchia (quella alla destra dell’altare maggiore, nda). Le pareti del presbiterio, le lesene ed i pilastri si stanno rivestendo di marmo e sarà decorosamente restaurata e abbellita la volta». La richiesta di aiuto non cadde nel vuoto. L’amministrazione comunale nella riunione del 4 marzo deliberò un contributo di 50.000 lire da corrispondere in cinque annualità «a far tempo dall’anno 1939».

Il 13 gennaio 1938 Il Popolo tornava ad illustrare lo stato dei lavori: «Proseguono con alacrità anche se apparentemente non sembri ché molto è coperto dai ponti. Il grosso dei lavori però è tutt’ora consacrato alla sistemazione della tribuna per l’organo nella parete superiore del presbiterio e nel rinnovo delle finestre. Anzi sono già state messe le prime vetrate che apportano una pudica luce diffusa a tutte e tre le navate con un conseguente senso di maggior sollievo allo spirito, e giungono i primi marmi per le lesene. Con la scomparsa delle due tribune avvanzate in avanti sul secondo presbiterio, un tempo adibite per la cantoria da tutti è stata notata la piacevole impressione di maggiore lunghezza della nostra Cattedrale».

Il 60° anniversario dei restauri della cattedrale di Tortona. L’iter dei lavori ricostruito grazie alle testimonianze del nostro giornale (e grazie all’Osservatore Romano)

1.000 lire donate da don Orione per il “nuovo” Duomo

Nuovi particolari sui restauri della cattedrale di Tortona si apprendono dalla riunione capitolare del dicembre 1938 per il periodo ottobre-novembre «riguardante la sistemazione definitiva e degli altri lavori nelle tre navate della cattedrale». Superate alcune divergenze tra i canonici e l’arch. Della Piana occorreva ancora provvedere ai seguenti interventi: collocazione dei confessionali da adeguarsi alle speciali esigenze di spazi delle 2 navate minori; conseguente rimozione di 4 altari; sistemazione e nuova collocazione della Via Crucis (per ora la croce di legno e l’indicazione della stazione) con proposta (subito accettata) che 6 bracci di bronzo dell’antica Via Crucis venissero collocati in coro in modo decoroso a sostegno delle lampade elettriche; esecuzione e collocazione di una bussola in legno alle rispettive porte d’ingresso della facciata della cattedrale; rimozione dell’attuale scala di accesso al vescovado e nuova collocazione di essa sul fronte dell’altare della Madonna della Mercede con l’impiego dei marmi dell’antica balaustra del primo presbiterio demolito; collocamento dei lavori di decorazione in stucco alle volte delle tre navate in conformità a quanto è stato eseguito in presbiterio.

Per quanto riguardava i primi due punti i canonici convennero che fossero rimossi solo i due altari lignei in fondo alle due navate laterali «e messa in luogo decoroso nel tempio la S. Immagine della Madonna del Buon Consiglio» insistendo affinché rimanessero in cattedrale i sei altari laterali in marmo. Del pari i confessionali dovevano trovare spazio nei vani risultanti dall’abbattimento degli altari. I canonici rinviavano ad altri tempi la prevista sistemazione della cappella della S. Croce a cappella funeraria per i vescovi «anche perché si era espresso il parere di sorgere (edificare, nda) una cappella con tombe ed iscrizione dei vescovi nei sotterranei del Duomo debitamente e decorosamente preparati».

I lavori, davvero imponenti, procedevano dunque con qualche difficoltà. Sul settimanale diocesano del 13 ottobre un trafiletto parla dei ritardi: «Si sperava di inaugurare i primi restauri della Cattedrale in questo mese, ma non è stato possibile data la lentezza che richiedono certi lavori di stuccatura. Però non è lontano il giorno in cui le impalcature saranno tolte e l’abside apparirà in tutta la sua nuova bellezza. Ché veramente i restauri sono tali da appagare anche gli spiriti più esigenti. Ma tutti devono anche sentire il dovere di contribuire alle spese di un tanto lavoro che se renderà più bella la Cattedrale sarà anche ad onore della città e della diocesi di Tortona».

Tale intervento alla volta del presbiterio fu affidato, con il contratto stipulato il 20 agosto 1938, al pittore bergamasco Fermo Taragni (1871-1948) per il prezzo di L. 14.000 e l’impegno che i lavori iniziati il 18 agosto 1938 fossero terminati il successivo 30 ottobre.

L’elenco dei donatori si infittiva e tra gli offerenti compare anche don Luigi Orione con L. 1.000.

Nel gennaio 1939 i canonici decidevano gli ultimi interventi che riguardavano il battistero limitandosi a pulire il pavimento, a mettere uno zoccolo nuovo alla vasca marmorea e un coperchio «adatto senza ornamento». I pilastri dovevano essere ricoperti di marmo solo nello zoccolo essendo la completa fasciatura in marmo troppo costosa e occorreva provvedere di cornici in stucco per gli affreschi della volta centrale. Le navate laterali dovevano essere semplicemente decorate.

Sul settimanale diocesano del 19 ottobre 1939 si dà conto degli ultimi lavori eseguiti con l’auspicio che il restauro possa concludersi entro l’anno: «I lavori in cattedrale procedono con ritmo degno dei tempi. Quindici giorni or sono furono messe allo scoperto le parti della volta centrale e le navi minori in cui sono stati ultimati i lavori di restauro. Il nostro Duomo, mantenendo inalterate le grandiose linee architettoniche e la decorazione del secolo scorso, sta riprendendo gradatamente quell’espressione di bellezza e di nobiltà che per un complesso di cose, specie nel tempo, era andata attenuandosi. Gli stucchi, le dorature, gli affreschi sono le parti che attirano maggiormente gli sguardi e colpiscono di più […]. Venendo ai particolari accenniamo che la decorazione della volta fu ripresa e riveduta con gusto di modernità, gli affreschi annebbiati da sedimenti di polvere accumulatisi in quasi un secolo, sono stati accuratamente ripuliti e sono state tradotte in rilievo, con opportune dorature, le cornici […]».

Con la demolizione del secondo presbiterio le colonnine vennero usate per il nuovo scalone marmoreo di accesso all’episcopio che sostituiva quello ingombrante in muratura e legno. I lavori furono affidati alla ditta Rolandi Pietro di Sarezzano-Tortona. Con l’occasione ai piedi dello scalone marmoreo vennero murati una lapide che gli eredi di mons. Giacomo Botta (1476-1496) vollero porre nel 1785 in sua memoria nonché due tondi marmorei, frammenti della tomba del vescovo, che erano stati recuperati dall’antica cattedrale.

Alcune ditte cittadine furono infatti coinvolte nei lavori: ricordiamo F.lli Ceva e Veronesi per le parti lignee, il Laboratorio di architettura, scultura decorativa e ornamentale del cav. Alessandro Angeleri; l’impresa di costruzioni edili Franzanti Cesare che tanta parte ebbe nel rifacimento del tetto del presbiterio e di altri interventi di rilievo all’interno dell’edificio sacro.

I lavori di restauro e risistemazione dell’interno terminano, come si evince dalla relazione finale dell’arch. Della Piana nel maggio 1940, giusto in tempo per celebrare con la dovuta solennità la festa di santa Croce e celebrare il solenne pontificale domenica 19 maggio. Va infine ricordato che nella fase finale dei lavori di restauro mons. Melchiori promosse la traslazione delle salme dei suoi predecessori. Una prima notizia sull’evento compare sul nostro giornale il 19 ottobre 1939 per trovare poi ampio spazio il successivo 9 novembre: «Per la traslazione dei nostri Vescovi in cattedrale». Nuova sottoscrizione per raccogliere fondi e incarico alla ditta Angelo Gamba di Rezzato (Brescia) della realizzazione di due sarcofagi «in varie qualità di marmi» e iscrizione di due lapidi che comportò una spesa di L. 17.137, poi ridotta, per intervento dell’arch. Della Piana, a L. 15.000. La fattura venne emessa il 3 maggio 1940, mentre la ditta Rolandi (già ricordata) provvide alla loro sistemazione per una spesa di L. 722,85. Le salme dei vescovi Carnevale, Negri Capelli e Bandi trovarono quindi decorosa sistemazione nella navata sinistra.

A distanza di un anno dal termine dei lavori su L’Osservatore Romano viene pubblicato dal prof. Brera della Biblioteca vaticana un lungo articolo, ripreso integralmente sul Popolo, con un titolo significativo: «I saggi restauri della nostra Cattedrale». Prescindendo da alcuni svarioni storici sulle vicende storiche della cattedrale l’autore non lesina gli apprezzamenti: «[…] Ora il duomo di Tortona ha riacquistato per intero la linearità austera della sua struttura e la primitiva maestà dell’ambiente. L’opera di restauro si è iniziata col presbiterio, qui tutto fu riveduto, le pilastrate rivestite di marmi, le porte rifatte in marmo, il pavimento rinnovato, l’altare immenso alleggerito del ciborio e sul presbiterio, porte laterali sono state portate finalmente le due tribune che ingombravano la navata. L’architetto Giovanni Oreste Della Piana, ha progettato con finissimo e virile intuito quest’opera e l’ha amorosamente curata fin nei minimi particolari […].

Restauro, insomma, magnificamente riuscito perché fu animosamente voluto, genialmente concepito e torna di onore al Vescovo Mons. Melchiori e all’architetto Della Piana di Alba che con intelligenza e gusto lo attuò».

A perenne memoria di tali lavori resta la grande lapide marmorea posta nella controfacciata con lo stemma di mons. Melchiori sopra la porta centrale tutta contornata da ornamenti marmorei.

A chiusura di queste non brevi, ma sommarie note, ricordo che durante l’ultimo bombardamento di Tortona sul finire del conflitto venne danneggiato il palazzo vescovile, la cattedrale e il coro dell’oratorio di san Rocco.

Il canonico Domenico Artana il 4 marzo 1946 inoltrava domanda all’amministrazione comunale di Tortona per l’autorizzazione «ad iniziare i lavori di riparazione dei danni causati dai bombardamenti aerei della facciata della Cattedrale»; lavori che sarebbero stati affidati all’impresa del comm. Adolfo Dellachà.

Giuseppe Decarlini

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