Racconti di pestilenze e di voti esauditi

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Anche in passato, durante le epidemie, i fedeli si rivolgevano alla Madonna e ai santi per invocare la fine del contagio e la protezione dei loro paesi. Ci è rimasta memoria di episodi che sono stati tramandati nei secoli e che si ricordano con celebrazioni annuali

Nei paesi della diocesi si conservano numerose memorie di interventi celesti per sostenere le popolazioni durante le epidemie o per far cessare il contagio. Ad esse sono legati voti della popolazione e delle municipalità, tuttora onorati con ricordo grato.

Ne raccontiamo alcuni.

L’otto maggio

a San Sebastiano Curone

Chiesa parrocchiale San Sebastiano Curone

Uno scenario molto simile a quello che stiamo vivendo in questi giorni si poteva vedere nelle terre tortonesi e oltrepadane dall’estate del 1630 a quella del 1631. Era l’epidemia di peste bubbonica passata alla storia come “peste manzoniana”, perché immortalata nelle pagine de “I Promessi Sposi”. Il contagio viaggiava più lento di oggi, ma giunse puntualmente in ogni borgata, mietendo un numero impressionante di vittime. Da uno studio che feci anni fa nell’archivio parrocchiale di Casei Gerola, risulta che in quel borgo, che contava allora poco più di 800 abitanti, la pestilenza imperversò dall’11 settembre 1630 al 3 gennaio 1631, mietendo 191 vittime.

Nei Feudi dei Principi Doria, nelle alte valli del Curone e del Grue, la pestilenza apparve nella tarda primavera del 1631, proveniente dalle terre del Genovesato. Allora, come oggi, furono sospese tutte le attività, principalmente i mercati e le fiere, e ogni spostamento era consentito unicamente con speciale lasciapassare, rilasciato dai “Conservatores sanitatis” di ogni località.

I paesi che ancora erano cinti di mura serrarono e vigilarono le porte; le merci che servivano alla vita di ogni giorno erano passate dai mercanti attraverso apposite aperture, simili alle ruote dei monasteri, mentre il denaro (non esisteva ancora la carta moneta ma solo denaro in metallo sonante) era passato in recipienti pieni di aceto, a cui era attribuito una particolare capacità disinfettante.

Fu in quell’occasione che il popolo di San Sebastiano Curone ricorse al suo santo protettore di cui il paese porta il nome. Qui la storia e le tradizioni orali si mescolano e si confondono; alcune raccontano di untori e di un provvidenziale nubifragio che lavò via ogni contagio dal paese, mente altre tradizioni narrano del santo che si vide curvo sui contagiati del Lazzaretto, ricavato nel greto del Curone, come rappresentato nell’affresco del soffitto della navata centrale della chiesa parrocchiale. Cosa certa è che in quel 1631 la peste non entrò nel borgo, come attesta il registro dei defunti, che annovera otto deceduti nell’anno, confermando la media annuale del periodo. Ugualmente certo è che gli abitanti e le autorità riconobbero nella prodigiosa preservazione l’intervento divino e celebrano fino ad oggi il giorno 8 maggio come festa del voto, rinnovato nuovamente nel 1731, e difeso tenacemente dalla municipalità contro i tentativi di riduzione delle feste da parte del governo sabaudo nel 1783 e nel 1789, e ripristinato, dopo la bufera napoleonica, con supplica al vescovo Carlo Francesco Carnevale il 29 luglio 1822.

La Madonna del colera a Lungavilla

Popolarmente è chiamata “Madonna del colera” l’immagine della Vergine che troneggia sull’altar maggiore della chiesa di Lungavilla, dove tuttora si celebra, nell’ottava dell’Assunzione la festa del voto. Il voto fu formulato in occasione della tremenda epidemia di colera del 1836, la prima del XIX secolo, che colpì pesantemente il borgo, che allora portava il nome di Calcababbio, provocando 103 vittime. Fu allora che il giovanissimo parroco, don Giovanni Battista Bellingeri (che resse la parrocchia dal 1834 al 1894 per 60 anni) negli ultimi tre giorni dell’Ottava dell’Assunta tenne un triduo di preghiere e al mattino presto, per attenersi alle prescrizioni delle autorità sanitarie, del 22 di agosto la statua della Madonna passò in processione per le vie del paese con un “corteo misurato”, come scrivono le cronache, per evitare che la celebrazione fosse occasione di ulteriore trasmissione del contagio. Don Bellingeri chiese alla Vergine di liberare Calcababbio dal colera, impegnando la comunità a celebrare in perpetuo, come tuttora avviene, la festa del voto nel giorno 22 di agosto.

Il dottor Mario Ricotti, che dirigeva il locale Lazzaretto lasciò la sua testimonianza scritta di uomo di scienza: “Dal giorno 23 agosto non vi fu più alcun morto di peste e gli affetti dal cholera ottennero tutti in breve tempo la completa guarigione. Tenga il paese ricordanza dell’intervento divino in sì luttuosa circostanza”.

La campana di Casei Gerola

La peste bovina, malattia oggi eradicata insieme al vaiolo, è un’infezione virale contagiosissima che colpisce gli animali in particolare i bovini e i bufali, con una variante specifica che infetta anche ovini e caprini. Era conosciuta già nell’antica Roma e, a intervalli regolari fino agli anni venti del Novecento falcidiò il bestiame europeo, con percentuali che arrivarono a sfiorare il 100% dei capi, giacché l’unico rimedio dei secoli passati era l’abbattimento e l’incenerimento dei capi infetti.

Campana, Casei Gerola

Le conseguenze, per un’economia rurale che si basava in modo preponderante sull’allevamento, erano terribili, con lo strascico di carestie, fame, epidemie di altre infezioni che colpivano gli uomini debilitati dalla fame. Una violenta pandemia colpì l’Europa dal 1712 al 1714, uccidendo il 90% del bestiame. Nel 1714 il contagiò, proveniente da oltralpe dilagò nella pianura padana e arrivò fino a Roma. In quell’occasione gli abitanti di Casei votarono le loro stalle a san Rocco e a san Sebastiano; il borgo fu preservato dall’epidemia e gli abitanti ringraziarono i due santi, commissionando al pittore pavese Bernardino Ciceri la bella pala che li rappresenta in atto di custodire il bestiame casellese, tuttora venerata nell’oratorio di San Sebastiano.

Un secolo e mezzo dopo, la terza pandemia di colera, scoppiata che tra il 1865 e il 1867 fece in Italia 147.000 vittime. A Tortona si ammalò anche il vescovo Giovanni Negri all’età di 79 anni, ma riuscì a guarire, come egli stesso annota nella circolare del 21 marzo 1867, guidando poi la diocesi ancora fino al 1874. In quell’occasione i casellesi si votarono a san Giovanni Battista, titolare della loro insigne collegiata, e già nel 1865 fecero fondere presso le fonderie Giobatta Mazzola di Valduggia, una campana del peso di 485 kg, la seconda dell’attuale concerto, su cui vollero incidere: “S. Ioanni Baptistae huius partis Ecclesiae Insignique Casellarum Collegiatae vota voverunt 1865”. Dai registri dei defunti non si evince nessun aumento della mortalità negli anni dell’epidemia, dove i decessi rimasero nella percentuale di circa quaranta all’anno, di cui quasi la metà riguardava bambini sotto i 5 anni, molti di pochi mesi, come era triste consuetudine nei secoli passati. Nessuno di questi decessi è indicato come causato dal colera. Non fu così nel 1836, quando a Casei morirono 54 persone, soltanto nel periodo dal 1 agosto all’11 settembre, alcuni anche ricoverati nel locale Lazzaretto, e quasi tutti con accanto vergata la terribile annotazione circa la causa del decesso: “actuali morbus corruptus” o “micidiali morbo cholera”.

Fu così che all’avvicinarsi del nuovo flagello fu formulato il voto della campana e il cielo non fu sordo a quel suono.

Maurizio Ceriani

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