Villa Minetta, l’anima decadente e il genius loci

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All’asta la storica residenza novese di Edilio Raggio,“l’uomo più ricco d’Italia”. Le sue sale e il suo parco ospitarono principi e re, il comando nazifascista, gli sfollati e… una famiglia di circensi

Le case hanno la loro anima. A intesserla sono le storie che le hanno abitate, i sogni che le hanno avvolte, le radici che ne legano per sempre le sorti e le suggestioni a un luogo, e a nessun altro. Questa è la storia di una dimora che fu sfarzosa, delle sue sale sontuose, del suo enorme parco ricco di piante pregevoli e secolari: Villa Minetta, a Novi, dove un tempo risiedeva Edilio Raggio, conosciuto come l’uomo più ricco d’Italia.

Prima ancora che nei suoi aspetti oggettivamente preziosi, che abbandono e devastazione non hanno ancora davvero cancellato, il suo valore per il territorio sta nell’essere espressione di una congerie di singolarità: la ricerca di lusso e bellezza, la figura di un industriale che è affarista e filantropo, che tesse rapporti con i potenti senza disdegnare l’ascolto della gente di Novi, che è armatore, si interessa di ferrovie, politico, e i tanti che lavorarono alla costruzione del muro di cinta come a realizzare i decori, le persone che hanno alzato gli occhi alla facciata in modi diversi. La villa, oggi in rovina, sarebbe dovuta andare all’asta lo scorso 10 giugno, ma la vendita è stata rinviata a ottobre. La base è di 500.000 euro, l’offerta minima di 375.000.

Il suo fulgore corrisponde quasi al finire dell’Ottocento. Raggio è immensamente ricco, molto attivo, le imprese si moltiplicano, Novi ospita, in Villa Minetta, il re e il principe ereditario. L’impronta della villa è memore di gusti francesi, però a dominare è soprattutto un tocco esuberante che aggiunge statue di cotto nelle nicchie esterne, fregi, vetrate, così come marmi, affreschi e colonne negli interni. Qualcosa della villa muore insieme al suo più celebre proprietario, nel 1906, quando il suo ultimo atto di munificenza è compiuto per mano del figlio, che salda tutti i debiti contratti dai novesi col Monte di Pietà. Poco dopo la famiglia allenterà la frequentazione di Villa Minetta, e intorno al 1930 preferirà una dimora non lontana e sempre straordinaria, sulla strada per Gavi.

Possiamo immaginare il parco che si inselvatichisce un poco, i guai con la manutenzione, i piccoli cedimenti tra i passaggi. Si addensano le nubi della seconda guerra mondiale, ed ecco che sale e scalone sono percorse da passi inquietanti di stivali, le figure mitologiche spalancano gli occhi scolpiti, e sembra quasi di immaginarle rabbrividire, perché si è insediato il comando nazifascista. Qui si compirà anche la trattativa per gli esponenti di quel comando, quando già i partigiani sono in città. Alla fine del conflitto, non c’è molto spazio per le romanticherie, ma non ne manca per accogliere e costruire speranze. Le stanze si aprono per gli sfollati, per famiglie rimaste senza casa. Arriverà un tocco di allegra bizzarria, perché a quel luogo così particolare si aggiungerà una famiglia di circensi. Tra chi ha subito duri colpi dal conflitto, c’è anche un personaggio noto: Giovanni Palmiri, detto il “diavolo rosso”, i cui numeri di acrobata lasciano il pubblico sbalordito e senza fiato. Sempre pronto a nuove sfide e letteralmente sospeso tra funambolismo e ricerca di effetti spettacolari, Palmiri perderà la vita nel suo ultimo gioco tragico, un volo estremo utilizzando una moto.

Per Villa Minetta vengono giorni più tranquilli, anche se non immuni da periodi di opacità. Quando a divenirne proprietaria è la famiglia Spinoglio, entra un soffio moderno e il parco serve anche per costruire un campo da tennis. Il futuro, però, non è sereno.

Sono entrata a Villa Minetta durante quell’atto fortemente simbolico che gli inglesi chiamano “House sale”: ero tra i tanti visitatori delle stanze, quando tutti gli arredi e gli oggetti furono messi all’asta, e si potevano osservare direttamente in loco. Si respirava quel clima tra l’eccitato e il curioso tipico di queste circostanze, evocato nella letteratura da Dumas a D’Annunzio, e la velata malinconia di uno spirito, un genius loci, andato forse a rifugiarsi tra gli alberi per scampare agli sguardi impudichi. Ma non si presagiva l’incipiente rovina, che invece è ininterrotta da allora.

Il resto della storia è stato scritto, finora, dalle foto di un abbandono che seduce, restando in realtà pericolo, sfacelo, mancanza di memoria. Un procedimento di vincolo da parte della Sovrintendenza, attivatosi grazie a un’iniziativa di conoscenza e a una raccolta di firme, è in corso da due anni ma non a compimento di tutti i passaggi burocratici. Adesso l’asta: in una favola, potremmo inscenare la lotta tra un principe ricco di sensibilità culturale che può salvare la principessa, e un drago affamato di speculazione che vorrebbe divorarla.

A conti fatti, rimane un punto interrogativo sul domani per Villa Minetta.

Nel parco e tra i calcinacci si aggira, tra inquietudine e nostalgia, lo spirito del luogo.

Patrizia Ferrando

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