«Tortona diventa la mia terra, la mia Chiesa, la mia Sposa»

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Esclusiva. La prima intervista a Monsignor Guido Marini, realizzata a Genova domenica 29 agosto, dopo la sua elezione a Vescovo della nostra Diocesi.
Le sue sensazioni davanti al nuovo incarico, la sua storia, le sue parole ai sacerdoti, il ricordo di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco, la sua famiglia, i suoi maestri, Genova e Roma, la pandemia, i suoi interessi e le sue passioni, dalla scherma alla montagna

Monsignor Guido Marini sarà il 108° successore di San Marziano e subentrerà all’episcopato dell’arcivescovo Monsignor Vittorio Viola.

L’annuncio è stato dato domenica 29 agosto in contemporanea presso il Santuario della Madonna della Guardia di Tortona e di Genova dove Monsignor Marini è nato il 31 gennaio del 1965.

Monsignore, quali sono stati i sentimenti, le sensazioni, le emozioni che ha provato quando ha saputo di questo suo nuovo incarico?

«Sono due sentimenti che ho provato subito e che poi hanno continuato a vivere in me alternandosi un po’ a vicenda sino a tutt’oggi, ovvero da una parte la gioia, pensando che attraverso la Chiesa mi viene fatto un dono grande, quello di diventare successore degli Apostoli.
Per questa chiamata non si può che essere grati e gioiosi davanti al Signore. Dall’altra parte, però, anche tanto timore e tremore per la responsabilità grande che mi viene affidata e per la quale confido molto nell’aiuto del Signore e nella protezione della Madonna che, come è stato ricordato, ha accompagnato questi primi momenti del nostro cammino: la Madonna della Guardia».

La data del 29 agosto non è stata scelta casualmente e proprio domenica lei ha rivolto il suo primo messaggio alla diocesi di Tortona, che è stato letto al Santuario della Madonna della Guardia da Monsignor Viola. Vorrei soffermarmi almeno su tre passaggi che mi sembrano tre spunti interessanti.
Intanto lei scrive che “nulla è meglio di Gesù Cristo”: sono parole di Sant’Ignazio di Antiochia. E aggiunge: “Non avrò mai altro da dirvi né altro da darvi”.

«Sì, ricordo sempre quanto affermava un grandissimo Vescovo, Sant’Ambrogio, che spesso scriveva e diceva alla sua gente: “Cristo è tutto per noi”. Io credo che effettivamente per noi Gesù Cristo sia tutto; è il nostro Salvatore; il nostro Redentore; quando siamo con Lui, abbiamo tutto e quando diamo Lui, diamo tutto. È chiaro che da questo incontro con il Signore Gesù, che è il tutto della nostra vita, discendono tante conseguenze, però il punto centrale, essenziale, il cuore della nostra fede, del nostro annuncio, non può proprio che essere Lui, il Signore Gesù.
In questo senso ho detto che nulla è meglio di Gesù Cristo e che nulla avrò mai da darvi di più di questo e da dirvi di più di questo e nulla mai avremo da dare agli altri più di questo e da dire più di questo».

Il secondo punto potrebbe avere come titolo “il timore e la speranza”. Lei cita Sant’Agostino: “Nel momento in cui mi dà timore l’essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi, infatti, sono Vescovo e con voi sono cristiano”.
E poi aggiunge: “Vi confido anche il mio timore: l’essere per voi Vescovo, per confidarvi la mia consolazione: l’essere con voi cristiano”.

«Ritornano questi due aspetti di gioia e gratitudine, ma anche di timore e tremore e mi pare davvero che quando si guarda al Vescovo, alla sua chiamata, al suo compito, tali aspetti non possono che essere entrambi presenti, perché da una parte questo “vivere per”, “essere per” non può che far tremare; d’altra parte questo “essere con” diventa un motivo di conforto, di consolazione perché va verso la condivisione di una chiamata, di una strada, di un cammino, di una missione.
Quando penso all’“essere per voi” avverto il tremore della responsabilità del compito, della missione grande; quando penso all’“essere con voi” avverto il sostegno, l’essere insieme in comunione nella carità e quindi un conforto e una consolazione».

Infine, ha voluto rivolgere un saluto generale a tanti suoi confratelli, a tutta la comunità diocesana di Tortona ma in modo particolare al suo nuovo presbiterio, ai sacerdoti della diocesi e ha scritto: “Sono loro i primi collaboratori del Vescovo, loro i suoi figli e amici nel nome di Gesù”.

«Per il Vescovo i suoi sacerdoti sono oltre che i primi, primissimi collaboratori, i primi e primissimi compagni di viaggio e i primi e primissimi amici, cosa che è radicata anzitutto nel sacramento dell’Ordine e poi anche in una dimensione della vita di una diocesi.
Credo che il riferimento debba essere sempre quello di Gesù con gli Apostoli.
Come è stato Gesù con gli Apostoli e quello che gli Apostoli sono stati per Gesù, così è il Vescovo per i suoi presbiteri e i presbiteri per il loro Vescovo.
Ci tenevo molto a sottolineare questo aspetto fin dall’inizio perché penso che dovrà essere, con l’aiuto del Signore, una dimensione importante e fondamentale. Lo ribadisco qui: già questi nostri presbiteri li porto nel cuore; li sento già compagni di viaggio; già amici con i quali andare avanti insieme e con i quali insieme porci all’ascolto dello Spirito per poter oggi portare il Signore alla nostra gente».

Monsignore, ma lei conosce la nostra diocesi e ha già delineato alcuni punti della sua azione pastorale?

«La conosco molto poco in verità, anche se, essendo genovese, mi trovo ai confini. Avevo avuto modo di venire due, tre volte quando, giovane sacerdote, ero segretario del Cardinale Giovanni Canestri che era stato a Tortona Vescovo. Anzi, era stata la sua prima diocesi e in quell’occasione ho avuto modo di andare in cattedrale e poi nella Curia e di incontrare qualche sacerdote.
Le mie conoscenze, però, sono molto limitate e per quanto riguarda l’azione pastorale penso che bisognerà inserirsi in un solco, in una tradizione bella che la Chiesa a Tortona ha e inserendosi in questo solco, rimanere in ascolto dello Spirito del Signore e lasciarsi, con grande docilità, condurre.
Sempre mi pare con due elementi importanti: quello della comunione profonda e quello di un grande slancio missionario del cuore. Ciò è possibile se Gesù davvero è il centro di tutta la nostra vita».

Noi, invece, in qualche modo possiamo dire di conoscere lei che è nota in tutto il mondo perché in tutto il mondo l’hanno vista accanto a Benedetto XVI prima e a Francesco dopo. Non ha, quindi, bisogno di presentazioni, però, se dovesse sommariamente delineare e riassumere la sua vicenda personale, che cosa potrebbe raccontare ai nostri lettori?

«Nasco qui a Genova. Tra l’altro questa intervista, così cordiale e bella che stiamo facendo, si tiene in un luogo per me un po’ particolare perché siamo davanti alla chiesa dei Cappuccini della Santissima Concezione Padre Santo e io abito qui vicino, ho sempre abitato qui fin da bambino.
Qui è nata la mia vocazione, qui ho vissuto i momenti belli e a volte faticosi da bambino e da ragazzo, qui ho fatto la mia Prima Comunione. Insomma, qui davvero c’è tanto di me e della mia vita.
Ho condotto i miei studi al Liceo Classico poi sono entrato nel seminario di Genova e la mia vita sacerdotale è cominciata in modo un po’ singolare: facevo l’ultimo anno del seminario, non ero ancora diacono e in diocesi è avvenuto l’avvicendamento tra il Cardinal Siri e il suo successore, il cardinal Canestri e lui, nei primi mesi del mio quinto anno di seminario, mi chiese come segretario.
Quindi non ho concluso tutto il seminario, ho cominciato subito questo ministero per me completamente inatteso e difficile da portare avanti e poi sono stato ordinato da lui prima diacono e dopo, nel 1989, sacerdote.
La mia vita qui a Genova, come la vita di tutti i sacerdoti, si è spesa in tanti ministeri diversi: segretario particolare del Vescovo, poi cerimoniere, direttore spirituale in seminario, insegnante all’istituto di Scienze religiose. Per alcuni anni ho avuto il compito di dirigere l’Ufficio per l’Educazione e la scuola con particolare riferimento agli insegnanti di Religione.
Sono stato quindi cancelliere in Curia e anche Prefetto della cattedrale.
Nel 2007 è giunta l’inaspettata chiamata a Roma dove per cinque anni e mezzo ho servito Papa Benedetto come Maestro delle celebrazioni e poi l’attuale Pontefice Papa Francesco per otto anni e mezzo fino… fino ad oggi.
Ho avuto la gioia anche di accompagnare spiritualmente diverse persone e di seguire alcuni gruppi giovanili, alcune comunità religiose, ma questa è la vita di noi sacerdoti e ora questo incarico… questo cambio di pagina. Diciamo che è la storia di Dio nella mia vita che continua in modo nuovo».

Ha citato due Papi: non posso non chiedere un ricordo di entrambi a lei che li ha conosciuti così da vicino con la sua presenza amorevole, discreta, sicura.

«Quando sono andato a Roma avevo tanto timore, ma ero anche molto fiducioso nel fatto che gli anni che avrei passato là sarebbero stati anni belli e di grazia sia perché ero chiamato a vivere vicino al Papa e sia perché ero chiamato a vivere nel cuore della vita della Chiesa qual è la liturgia. Devo dire, a distanza di 14 anni, che così è stato. Conoscere i Papi da vicino è stato un grande dono per la mia vita e per il mio ministero anche perché si tratta di due Pontefici grandi e tra loro diversi, complementari. In Papa Benedetto ho sempre ammirato la grandezza del pensiero, la grandezza della riflessione, la profondità e nel contempo una straordinaria umiltà.
Ho sempre avuto la percezione che Papa Benedetto fosse grandissimo proprio perché lui viveva da piccolissimo. Poi è chiaro che gli episodi di vita quotidiana sarebbero molti perché si instaura con i Pontefici una familiarità anche a motivo dei viaggi insieme.
Vorrei ricordare solo un episodio che forse aiuta a capire proprio Benedetto. Era un Venerdì Santo e al termine della celebrazione della Passione siamo rientrati in sacrestia. In quella celebrazione c’era stato qualche piccolo errore. Arrivati in sacrestia mi disse: «Oggi non è andata troppo bene». «Padre Santo – gli dissi io – perché dice così? Tutto è andato bene». Lui aggiunse: «No, io ho sbagliato qualcosa. Adesso dovremmo fare come i benedettini che quando si trovano in coro e uno, durante la preghiera, sbaglia, si inginocchia al centro del coro e attende che l’abate con l’anello gli faccia segno di rialzarsi perché si possano abbracciare. Ecco, dovrei fare così con lei: mettermi qui in ginocchio e attendere che lei mi faccia segno perché possa rialzarmi». Questo per descrivere Benedetto.
In Papa Francesco ho ammirato e ammiro la grande forza e il grande slancio che porta nel cuore con il desiderio di raggiungere tutti, di non lasciare nessuno fuori. È un aspetto che mi ha sempre molto impressionato e toccato.
E anche per Papa Francesco possiamo raccontare un episodio. Eravamo in piazza San Pietro per una celebrazione e durante la preghiera dei fedeli, a un certo momento, mi fa segno con la testa – in genere questo segno indica che mi devo avvicinare a lui perché ha qualcosa da dirmi – e mi dice: «Guarda un po’ alla tua sinistra». Io guardo, ma non capisco. «Guarda – continua il Papa – quel papà che ha il bambino sulle spalle. Vedi, quello è proprio il segno di come il Signore fa sempre con noi, ci porta sulle spalle con quell’amorevolezza e con quella delicatezza». Così, durante una celebrazione, mi ha dato questo insegnamento. E ancora un altro ricordo perché è molto bello e perché oggi è il 29 agosto, la Madonna della Guardia.
Eravamo in piazza per una preghiera mariana, di sera e c’era una processione in cui la statua della Madonna veniva portata verso il luogo in cui stava il Papa a presiedere. Mentre stava arrivando, il Papa mi dice: «Vieni, scendiamo, perché alla mamma si va incontro e non la si fa aspettare».
Sono due piccoli ricordi di due grandi uomini di Chiesa che ho avuto la grazia di avvicinare e di servire, uomini diversi ma complementari e questo aspetto è importante da sottolineare».

Staremmo ore ad ascoltare questi suoi racconti. Al di là di Papa Benedetto e di Papa Francesco, quali sono i suoi maestri, i testimoni della sua vita e della sua formazione?

«Ne ho avuti molti e purtroppo non so se sono stato capace di apprendere. Il fatto di essere stato vicino a questi due Papi, e quando ero qui a Genova ad alcuni Arcivescovi come segretario e come collaboratore diretto, mi ha dato una preziosa opportunità. In questo momento vorrei ricordare soprattutto il cardinal Canestri. Lui mi ha ordinato sacerdote e mi ha accompagnato nei primi anni del mio ministero sacerdotale. Lo considero proprio un padre, non soltanto nel sacerdozio, ma nella sapienza e nella bontà di quegli anni che ho passato con lui in casa che sono stati anni di scuola. Mi ha insegnato tanto con la sua sapienza, con la sua pazienza, con il desiderio che portava nel cuore di bene. Capivo che voleva proprio il mio bene e ho visto in lui un grande Pastore: ritengo che quegli anni siano stati le radici della mia vita successiva e del mio ministero, per cui anche la mia venuta a Tortona la vedo come un qualcosa che rientra nel disegno della Provvidenza di Dio che mi porta lì, su quella cattedra che questo grande Pastore ha ricoperto. Tra tanti Pastori in questo momento ricordo proprio lui con grande riconoscenza».

E la sua famiglia, la sua mamma, il suo papà, cosa le hanno insegnato?

«Mamma e papà sono in Paradiso perché sono morti abbastanza giovani, avevano qualche problema di salute; il papà è mancato nel 1998 e la mamma nel 2006. Ho una sorella sposata, con due figli ormai grandi, quindi ho due nipoti. Ho vissuto parte della vita anche con il nonno materno che era in casa con noi. Con i miei genitori, con il nonno, con mia sorella siamo cresciuti nella fede e questa è la prima cosa. E poi in famiglia abbiamo vissuto la bellezza, la gioia di una grande unione, di una profonda serenità. Sono questi i doni che la famiglia mi ha lasciato: la fede trasmessa e l’umiltà, la bellezza dell’amore, del vivere la casa come luogo dove si trova la pace e il ristoro».

Parlando di famiglia penso a Genova, la sua città natale, e poi a Roma che è stata la sua città d’adozione. Cos’è per lei Genova e le dispiace lasciare Roma?

«Quando sono partito da Genova per andare a Roma ho sentito forte il distacco, anche perché noi genovesi siamo molto legati alla nostra terra e alla nostra città. Poi, quando sono stato a Roma, anche per l’impegno, non ho avuto tanto modo di pensare a Genova, però ogni volta che sono tornato ho sentito la forza del legame con la mia terra, con la mia gente.
È chiaro che Roma è Roma; al di là della città che è bellissima, è il centro dell’arte, la città dei Papi. A Roma sono stato benissimo. Certo la lascio con un po’ di dispiacere, ma soprattutto con il cuore grato al Signore che mi ha dato l’opportunità di vivere questi 14 anni.
Non era assolutamente previsto ed è stato un dono immenso che ho ricevuto, molto più grande di quel dispiacere che c’è per ogni distacco. Ma ora sono proprio contento di venire a Tortona che diventa la mia terra, la mia Chiesa, la mia sposa come ho detto nel messaggio, già tanto, tanto amata.
La Messa che oggi ho concelebrato alla Guardia l’ho proprio offerta al Signore per la Chiesa di Tortona, per tutti i tortonesi che sto portando nel cuore perché mi sento già a loro legatissimo. Davvero tutti sento molto amati e tutti sono nel mio cuore di Pastore».

Veniamo da un periodo molto difficile, la pandemia. Mesi che hanno causato dolore e lutti, oltre a sfilacciare i rapporti tra le persone e ad acuire alcuni problemi della nostra società, penso ai nuovi poveri, a chi ha difficoltà a trovare lavoro o ad arrivare alla fine del mese.
La Chiesa che risposta può dare a queste persone in cerca di aiuto, di una consolazione, di una parola?

«Quali risposte, nel concreto, chiaramente non è facile dire, però sicuramente è chiamata a darle perché questa situazione, che si sta prolungando, ha determinato disagi materiali ed economici, ma anche psicologici, morali e spirituali, a 360 gradi. Mi pare che sia necessario porsi in ascolto come il buon samaritano di cui ci parla la parabola evangelica e con l’aiuto del Signore trovare le vie per rispondere a questo grido che arriva e per trovare aiuti, sostegni e il modo di accompagnare che sicuramente è necessario».

I nostri lettori vogliono sapere qualcosa in più di lei, delle sue passioni, dei suoi hobby, delle sue letture preferite. So che è un appassionato di musica e Tortona è la patria del “nostro” Lorenzo Perosi…

«Sì, la musica mi è sempre piaciuta, amo ascoltarla.
Da ragazzo ho praticato molti sport, da piccolo, in particolare, la scherma in modo agonistico.
Mi sono dedicato al fioretto e sono stato campione regionale. Poi ho smesso perché contemporaneamente i miei genitori mi hanno consigliato di fare il tennis. Anche qui ho fatto agonismo per parecchio tempo, fino a 17 anni quando ho smesso.
Poi ci sono altre passioni che mi hanno accompagnato e mi accompagnano ancora.
Tra queste la montagna, io sono un grande appassionato di montagna e mi piace tanto camminare.
Infine, sicuramente le letture che variano molto: non è che abbia dei filoni preferiti, mi piace leggere in generale, amo molto la letteratura e la letteratura russa in particolare».

Posso dirle che in diocesi di Tortona abbiamo ottimi campi da tennis e montagne con interessanti percorsi che si possono intraprendere.
Quale sarà, adesso, il cronoprogramma per avvicinarsi a Tortona?

«Bisognerà, per prima cosa, stabilire la data della mia ordinazione a Vescovo e di conseguenza anche la data dell’ingresso a Tortona. Penso che nei prossimi giorni potremmo sapere qualche cosa di più, avrò la possibilità di parlare con il Santo Padre in relazione anche a chi dovrà sostituirmi nell’ufficio che sto ricoprendo».

Matteo Colombo

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