Siamo tornati all’eremo

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di Arianna Ferrari e Andrea Rovati

LEI

Nella vita ci sono periodi difficili e altri gioiosi; momenti di prova e altri di grazia e gratitudine. Credo sia successo a tutti, almeno una volta, di sentirsi angustiati o sereni per gli accadimenti dell’esistenza. E ci sono posti che nella memoria sono legati all’una o all’altra situazione, zone precise in cui la mente opera collegamenti di emozioni e sensazioni. Per noi esiste un luogo che riesce a essere rappresentativo e speciale in ogni occasione: l’eremo di Sant’Alberto di Butrio. Per chi parte dall’Oltrepò il tragitto inizia con i panorami della prima collina per poi proseguire su strade che sono costeggiate da capannoni dismessi ed esercizi commerciali ormai vetusti e cadenti. Il paesaggio cambia quando si inizia a salire verso la prima fascia appenninica. La presenza umana via via si dirada e lascia spazio a una natura fatta di boschi e prati, sino ad arrivare all’eremo: lì, solo, lui si erge in uno spettacolare nulla. Qui non si capita per caso, ci si viene apposta. Osservando la veduta dall’affaccio dietro la chiesa mi rendo conto della grandezza del Creato e il mio cuore è colmato da un misto di pace e gratitudine per la meraviglia donata. Non riesco a ricordare quando ci andammo la prima volta ma non essendo nata in questi luoghi, il merito di tale scoperta lo devo a mio marito. Ogni volta me ne vado felice leggendo la frase posta all’ingresso: “Dove passano i Santi resta il profumo di Dio. Dove passano i Santi fiorisce l’amore”.

arifer.77@libero.it

LUI

Partiamo. Dapprima case, asfalto e logistiche, piante e campi sono pochi e quasi tollerati. Si comincia a salire e c’è più verde, vigne e cantine. Oggi è questo il mondo disegnato dall’uomo ma quando si arriva sull’Appennino la presenza umana si fa più rada, i boschi abitati da daini e lupi e i paesini semideserti ci rivelano che qui l’uomo non è più protagonista; una volta la montagna era abitata e plasmata dal lavoro, cascine fienili e pascoli, ma poi ci siamo ritirati nella vita wifi e ora la natura si riappropria di questa parte di mondo. Infine si arriva all’antico eremo tra gli alberi e la vista spazia a perdita d’occhio fino alla lontana pianura. Al centro c’è una piccola chiesa e una campana suona discreta; Dominus vocat, qui in molti hanno incontrato il Signore, è la storia dei suoi santi e dei tanti, tantissimi che anche oggi vengono e tornano. In realtà il cuore dell’uomo è il luogo dell’incontro con Dio ma è come se qui tutto sia più chiaro e trasparente: il rumore del mondo si attenua, si può udire il “mormorio di un vento leggero” e come Elia sull’Oreb ci si copre il volto col mantello perché si sa di essere alla presenza del Signore. Davanti a noi c’è l’armonia dell’opera dell’uomo nel creato che trova il suo senso e la sua pienezza nell’incontro con Dio e che si irradia in ogni ambito della vita. Non a caso questo luogo fu così caro a don Orione: dall’eremo si può ridiscendere rinnovati nella propria quotidianità, pronti a “instaurare omnia in Christo”.

andrea.rovati.broni@gmail.com

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