Si chiamava Gisolfo il carnefice di san Marziano

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È anche il nome del primo longobardo che regnò su un fazzoletto d’Italia. Levò la spada per mozzare il capo del santo vescovo

di don Maurizio Ceriani

La cappella edificata sul luogo che la tradizione ha custodito come memoria del martirio di san Marziano è da sempre molto cara ai Tortonesi che vi si recano in personale pellegrinaggio il 6 di marzo. L’edificazione dell’attuale cappella risale al 1875 quando, ricorrendo il diciottesimo centenario dell’inizio della predicazione apostolica del nostro Patrono, la famiglia dei baroni Garofoli, proprietaria dell’area, la fece costruire. Don Orione ricorda l’episodio, affermando di essere stato il promotore dell’edificazione: “Il sito dove fu martirizzato il Santo è al presente proprietà del Barone Garofoli, e mi glorio, si così, mi letifico nel Signore, di aver cooperato, anzi di aver quasi obbligato quella famiglia, che è una delle prime famiglie di Tortona, a costruirvi una Cappella, ove spero tra non molto celebrare la Santa Messa”. Probabilmente si tratta di un rifacimento posteriore perché nel 1875 don Orione era ancora un bambino, oppure dell’adattamento dell’altare per ricevere la pietra del martirio, precedentemente conservata nel palazzo tortonese dei Baroni. Da parte mia credo che proprio grazie all’interessamento di don Orione la comunità tortonese ancora oggi può venerare l’importante reliquia di san Marziano, cioè il masso su cui venne decapitato, attualmente collocato sotto l’altare della cappella. Infatti don Orione, in un altro scritto, afferma: “La casa dei Baroni Cavalchini Garofoli conserva nel proprio palazzo la pietra su cui sarebbe stato decollato e martirizzato San Marziano; là ha eretto una Cappella, non sono molti anni, e un altare su cui oggi si celebra la Santa Messa. E sotto l’altare c’è la pietra su cui il Santo ha immolato la propria vita, olocausto vivo di fede a Cristo”.

La memoria del carnefice

La tradizione tortonese ha curiosamente tramandato anche il nome del carnefice che levò la spada per mozzare il capo del santo vescovo. Si tratterebbe di un certo “Gisolfo”, da leggersi con la “G” dura, o “Gandolfo”. Il nome è squisitamente longobardo, anzi è il nome del primo longobardo che regnò su un fazzoletto d’Italia: il re Alboino nel 569 elesse la romana Forum Iulii (oggi Cividale del Friuli) a capitale del primo ducato longobardo in Italia e vi pose duca il proprio nipote Gisulfo. La tradizione quindi si elabora in quell’epoca di resistenza alla longobardizzazione, di cui già abbiamo parlato, tra la fine del VI e l’VIII secolo, in cui Tortona divenne uno dei fulcri della “romanità” nel nord Italia. Nel secolo VII, sullo sfondo del drammatico scontro tra arianesimo e cattolicesimo, permanevano minoranze cattoliche anche all’interno di quelle città considerate roccaforti longobarde e quindi ariane come Brescia. Era quindi importante, per poterle sostenere, legare fortemente queste comunità a quelle di provata fede cattolica, come Tortona di marcata cultura romana e Asti, retta da una dinastia ducale imparentata con Teodolinda e quindi filocattolica. Quale miglior strumento che l’intreccio delle figure dei santi patroni? Ecco il nostro Marziano congiungersi con Faustino e Giovita, attraverso Secondo, che è anche trait d’union di tutti con Calocero, patrono della bizantina Albenga. Il collegamento con Marziano e Innocenzo, venerati nella romanissima Tortona, diventa un’importante elemento, una garanzia di romanità e quindi di cattolicità per chi resisteva alla penetrazione ariana. Contestualmente in Tortona il culto dei due santi fondatori diventa sempre più simbolico di un’identità irrinunciabile, di un’autocoscienza cittadina tutta proiettata verso la sempre più forte affermazione del legame romano, che diventerà in seguito imperial-carolingio e poi guelfo. In questo contesto si elabora pure la figura del carnefice di Marziano, che immediatamente si riveste di elementi chiaramente riconducibili alla tradizione longobarda.

Altre curiose tradizioni

Lungo i secoli il luogo del martirio di san Marziano si è rivestito di curiose tradizioni popolari, legate al folklore e alle vicissitudini della millenaria storia di Tortona e della sua gente. In particolare fiorì la leggenda che volle incolpare “gli ortolani” della denuncia di san Marziano, in quanto andando a pregare verso Scrivia coi suoi fedeli finiva di “calpestare le verdure”. Infatti la zona attorno alla cappella del martirio, dal secolo XVI iniziò ad ospitare gli orti cittadini, cioè quelle coltivazioni di frutta e verdura che approvvigionavano quotidianamente i mercati cittadini; la categoria degli ortolani non era tra le benviste dai Tortonesi: un po’ per l’invidia dei proventi del commercio quotidiano che, a torto o a ragione, davano la parvenza di ricchezza rispetto ai contadini che vendevano i raccolti quattro o cinque volte l’anno; un po’ per le piccole speculazioni di chi teneva in mano l’approvvigionamento della città. Siccome poi “ortolani per eccellenza” erano gli invisi castelnovesi, la leggenda volle che i delatori del santo fossero gli antenati di quelli di Castelnuovo. Infine durante l’industrializzazione di fine secolo XIX e le conseguenti tensioni sociali che diedero origine ai primi moti operai, la leggenda si arricchì di nuovi elementi e una famiglia storica dell’imprenditoria industriale cittadina venne additata dai suoi salariati come discendente del carnefice Gisolfo.

La cappella edificata sul luogo del martirio di san Marziano fuori le antiche mura di Tortona
(Foto: Gianpaolo Pepe)
Giovan Battista Tassinari, Martirio di San Marziano, 1606: al centro il carnefice chiamato
nella tradizione tortonese “G(h)isolfo” mentre decapita il santo
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