La reliquia di san Guglielmo e quell’antica pergamena

Visualizzazioni: 101

Una storia finora mai raccontata legata al culto di uno dei più antichi patroni del borgo di Casei Gerola

Uno dei più antichi patroni del borgo di Casei Gerola è san Guglielmo di Aquitania, in onore del quale sorgeva dal 1150 una chiesa all’interno delle mura; la costruzione si trovava nell’area occupata oggi dal castello.

Il 23 aprile 1407 il feudatario del paese, Lancelloto Beccaria, conveniva con il cappellano della chiesa di S. Guglielmo di demolire l’edificio di culto e di edificarlo in altro luogo, essendo necessario ampliare le fortificazioni del castello, anche perché la famiglia Beccaria era in rivolta contro il duca di Milano Giovanni Maria Visconti, nel tentativo di affermare una propria signoria nelle terre oltrepadane.

La costruzione della nuova chiesa, tuttora esistente anche se fatiscente, terminò nel 1426, quando ormai la casata dei Beccaria era stata definitivamente sconfitta dal nuovo duca Filippo Maria Visconti, grazie all’aiuto del Carmagnola.

San Guglielmo visse a cavallo dei secoli VIII e IX, fu conte di Tolosa, paladino e cugino di Carlo Magno, combatté i Mori, liberando Barcellona nell’801. In seguito all’incontro con un suo vecchio compagno d’infanzia, Benedetto d’Aniane, nell’806, si ritirò a vita eremitica nel monastero benedettino di Gellona, l’attuale abbazia di Saint-Guilhem-le-Désert, da lui fondato, dopo aver abdicato da tutti i suoi titoli.

Guglielmo morì il 28 maggio 812 e fu canonizzato nel 1066. Quindi il culto casellese risale a pochi decenni dopo la sua canonizzazione e si innesta nella fortuna che il santo ebbe nella devozione popolare medievale come modello del cavaliere cristiano.

Legata al suo culto, Casei custodisce una reliquia dalla storia singolare, finora mai raccontata.

Una pergamena del vescovo Cesare Gambara

Tra le “autentiche” delle reliquie dell’Insigne Collegiata di Casei Gerola vi è una pergamena, firmata dal vescovo mons. Cesare Gambara e datata 1° settembre 1587. A prima vista non sembrerebbe altro che la più antica “autentica” conservata, ma leggendola bene, tra le sue sette scarne righe, racconta una storia inedita.

Per “autentica” si intende il documento, redatto dalla competente autorità ecclesiastica, che certifica l’autenticità delle reliquie, spesso indicandone anche l’origine e descrivendone forma e dimensioni, autorizzandone la pubblica venerazione.

La nostra pergamena racconta che il vescovo Gambara, quattro anni dopo la consacrazione dell’attuale cattedrale avvenuta nel 1583, fece rimuovere le reliquie contenute nell’altar maggiore della vecchia cattedrale, definita nel testo “in arce occupata”, cioè all’interno del castello occupato.

Infatti la costruzione della nuova cattedrale tortonese era iniziata nel 1574 perché il governo spagnolo aveva deciso di trasformare in fortezza l’intero colle del castello. La diocesi dovette cedere tanto il sito dell’antica cattedrale quanto il palazzo vescovile, che vennero a trovarsi all’interno della cinta muraria delle nuove fortificazioni.

All’apertura del sepolcreto dell’altare, alla presenza del vescovo, vengono estratte le seguenti reliquie ossee: san Vitale, san Marziano, san Terenziano, sant’Agricola, san Guglielmo eremita. Inoltre sono rinvenute altre ossa senza nome, ma che vengono reputate reliquie di santi per il luogo in cui erano collocate. Tutte queste reliquie, anche quelle con titolo curioso di “ex ossibus Sancti sine nomine”, sono tuttora custodite e venerate nell’insigne collegiata di Casei Gerola in sei artistici reliquiari in rame argentato, voluti nel 1747 dal vescovo Ludovico de Anduxar. Certamente fu l’antica pergamena di due secoli prima a firma del suo illustre predecessore e l’origine tanto veneranda di quelle sante ossa, a far sì che il vescovo Anduxar, rigoroso domenicano e già severo inquisitore prima di salire sulla cattedra tortonese, mantenesse il culto anche delle reliquie dei santi di cui si ignora il nome.

Il motivo per cui le reliquie rinvenute nell’altar maggiore dell’antica cattedrale tortonese abbiano preso la via di Casei non è difficile da comprendere.

In quel 1587 era prevosto dell’insigne collegiata il nipote del vescovo Cesare, Giuseppe Gambara, primo di una serie di parroci che, per oltre tre secoli, furono nominati direttamente da Roma. Infatti quando nel 1573 venne istituita la collegiata insigne e vi fu unito il titolo parrocchiale, fino a quel momento tenuto dalla chiesa pievana di san Martino fuori le mura, la nomina del prevosto-parroco venne riservata alla sede apostolica, attraverso l’istituto della “collazione papale”.

Maurizio Ceriani

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *