Il tovagliolo va a sinistra

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di Patrizia Ferrando

Le parole sono importanti. Ci avete fatto caso? Un tavolo è un piano di appoggio: ma, quando si deve apprestare un pasto per la famiglia o un invito per gli amici, diventa tavola.

La tavola, molto prima di esprimere un valore estetico e di eleganza, possiede un profondo senso di condivisione. Non è necessario richiamare la potenza simbolica che il gesto riveste in tante culture, per sapere che il mangiare insieme sigla un tacito patto reciproco, un’altrettanto reciproca apertura.

La tavola, per essere tale, deve esprimere armonia e accoglienza.

Se teniamo a mente questo principio, la regola diventa semplice.

Apparecchiare una tavola piacevole, del resto, non è una faccenda complicata. Senza dubbio vi giocano un ruolo il gusto per il bello e un certo “occhio” nell’allestire, entrambi sviluppabili con l’esperienza, ma prima viene la logica. Elda Lanza, incantevole e compianta signora delle buone maniere, oltre che scrittrice, prima presentatrice della TV italiana e vera signora, la quale scelse di vivere i suoi ultimi anni a Castelnuovo Scrivia, rimarcava spesso come il galateo fosse costituito anche da una buona dose di praticità. Il suo imprescindibile manuale s’intitola Il tovagliolo va a sinistra, come a ricordarci che, quando si apparecchia, ogni cosa ha il suo posto.

E, visto che abbiamo citato il quasi temibile tovagliolo: perché proprio a sinistra?

No, non perché viene ripetuto a oltranza in una nota trasmissione televisiva; anche limitarsi al fatto che lo affermava già de La Salle nel XVIII secolo potrebbe suonare labile.

Immaginiamo lo spazio di ciascun commensale.

L’area a sinistra rimane più sgombra e, da quella parte, il gesto di prendere il tovagliolo e spiegarlo, non completamente, ma a rettangolo, sulle ginocchia, risulta semplice e fluido. Resta comunque inteso che, quando i centimetri sono contati, lo si può collocare sul piatto, sempre con una semplice piega a rettangolo.

Qui diventerò brutale: non vi venga in mente di mettervi a modellare cigni, a pieghettare scarpine, a plasmare gigli nel bicchiere. Perché? Perché tali prodezze sanno di kitsch, di poco igienico, e apparivano obsolete nelle trattorie dei primi anni Novanta.

Recupero aplomb per anticiparvi che di tovaglioli, e di tovaglie (base e punto di partenza di ogni tavola), s’interessava un personaggio più che illustre che, come la storia tortonese insegna, giocava un grande ruolo nei preparativi per i banchetti di Ludovico il Moro. Sto parlando, evidentemente, di Leonardo da Vinci.

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