Addio Mino Milani. Pavia continuerà a udire i tuoi passi

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Giovedì scorso il romanziere, giornalista, storico si è spento all’età di 94 anni nella sua casa di San Pietro in Ciel d’Oro che non ha mai abbandonato. Con lui se ne va un pezzo della nostra terra. Era “il Salgari del ’900″

Ma io sono borghese, nato e cresciuto in provincia…” dice il protagonista di Selina, uno dei romanzi di Mino Milani morto il 10 febbraio (una settimana dopo il suo 94esimo compleanno), che Pavia ha salutato sabato scorso nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, proprio difronte alla casa dove lo scrittore è nato e dove è rimasto per tutta la sua lunga, operosa vita di giornalista e narratore. Mino Milani era legato a Pavia come la città resta profondamente legata a lui e si specchia nelle molte opere in cui Ticinum non fa solo da sfondo, ma diventa anima di tante storie. Era già affermato autore di testi e creatore di personaggi per il “Corriere dei Piccoli” quando, per non lasciare la sua città, disse no alle lusinghe del “Corriere della Sera” che lo voleva a tempo pieno in redazione a Milano. Perché questa scelta? Forse basta cercarla nei libri di Mino. Melchiorre Ferrari, imperial regio commissario, quasi alter ego dell’autore e anima di tante Storie di San Siro (altro esempio di impegno nei confronti di una tradizione iniziata nel 1981) ragiona così di sé in uno dei tanti silenziosi monologhi che lo caratterizzano: “Uscire da Pavia voleva dire viaggiare e i viaggi si addicono ai matti…” E, altrove, lo stesso Ferrari: “Il viaggio? Ma, se proprio voleva, sfogliava un buon atlante e poteva fare su di esse tutti i viaggi di questo mondo”. Mino Milani mandava il suo Ferrari in vacanza a Torriano, appena oltre la Certosa di Pavia e gli faceva dire: “Se non fosse così lontano…”.

Pavia, la casa antica e lo studio di Cieldoro sono stati sempre «il luogo in cui mi trovo meglio» ripeteva lo scrittore ai molti che lo andavano a trovare, che diventavano – e sono tanti – allievi verso i quali era disponibile, generoso. Mai una porta in faccia a nessuno, anche negli ultimissimi giorni. Pavia luogo del cuore. Eppure c’erano altri posti dove andare volentieri: l’Oltrepò con la casa di Castana dove stare in compagnia con chi arrivava lì da ogni dove in piena estate. C’era il mare di Sestri Levante. Ma Cieldoro non poteva essere lasciato troppo a lungo. Pavia restava il richiamo più forte. Essenziale. Testimone di una lunga, lunghissima fedeltà. Da lì si poteva fare tutto. Scrivere storie nel mondo e per il mondo. Destinate specialmente ai ragazzi, che hanno potuto incontrare spesso l’autore degli amati Tommy River, L’ultimo lupo, Efrem soldato di ventura. E molto altro ancora. E i bambini di Pavia venivano per primi, in ogni luogo della città in cui fosse possibile tenerli accanto, parlare con loro ma anche interrogarli, ascoltarli, spinta inesauribile all’invenzione di sempre nuove avventure. Pavia innanzitutto. Pavia a cui Milani non ha mai detto di no. Così è stato quando alla fine degli anni Settanta del ’900 ha accettato anche di dirigere “La Provincia Pavese” in un delicato momento di passaggio dalla proprietà Boerchio all’editore del Gruppo Espresso Carlo Caracciolo. Pochi mesi ma ricchi di totale disponibilità e di cura per il giovane gruppo di cronisti che hanno trovato in lui un vero maestro di umanità nell’accostarsi anche alle vicende più tragiche offerte dalla vita. E, in seguito, ha continuato a scrivere sul quotidiano della sua Pavia.

Con amore, ma senza chiudere gli occhi davanti a ciò che non andava, che doveva essere segnalato, bacchettato se necessario. Lo sapeva fare da par suo, dopo essere andato a vedere, controllare: con spirito da giornalista che indaga, che non si ferma alla prima notizia ma tiene vigile l’attenzione, approfondisce. Sempre. Nelle prime come nelle ultime prove.

Chi sabato scorso era nella chiesa gremita o ha sostato a lungo in piazza accanto ai giardini che Milani vedeva dalla sua finestra e che – ha annunciato il sindaco Fabrizio Fracassi – saranno intitolati allo scrittore di Cieldoro, non aveva dubbi: Milani c’è. Non se n’è andato davvero accompagnato da quel lungo applauso. Milani è nelle strade in cui camminava ogni giorno, è nelle piazze, nei palazzi che vivono nelle sue storie e anche grazie a quelle. Se i pavesi sapranno ascoltare davvero la loro città, udranno ancora i passi di Mino nelle ore più belle del crepuscolo scendendo verso il fiume che Milani amava e conosceva bene dalle rive e vogando con maestria sul barcé. O quando la nebbia avvolge, nasconde e svela più di quello che si potrebbe immaginare. Milani non ha potuto e non potrà mai lasciare Pavia. Basta ascoltare ancora il buon Melchiorre Ferrari per averne conferma: “Certi angoli che ho visto mille volte mi pare di non averli mai visti… Potrei camminare per ore e ore e questo è il più bel regalo che fa Pavia”. Da oggi in poi, anche se resta spenta la luce di quello studio in Cieldoro, vale la pena di andare a scoprire o riscoprire i bellissimi regali che Mino Milani ha fatto a Pavia e a tutti noi pavesi.

Pierangela Fiorani

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