«I cattolici in politica ormai non sono più incisivi»

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La crisi italiana suggerisce al mondo cattolico di tornare a essere “lievito nella pasta” di organizzazioni laiche e plurali: riflessione condivisa o stimolante provocazione?

La recente crisi di Governo e la difficile e sincopata ultima legislatura certificano una sofferenza strutturale ormai consolidata negli ultimi tre decenni dopo la fine della Prima Repubblica, ed evidenziano una crisi della politica che si trascina non curante di tutti i cambiamenti epocali in atto e che esplode addirittura nel corso della più grande emergenza post-bellica, la pandemia da Covid Sars2.

Una cultura politica contiene una visione della società e dello Stato, come sono e come dovrebbero diventare. Attribuisce diritti e doveri, ruoli e compiti ai governanti, ai rappresentanti e ai cittadini. Le conseguenze della scomparsa delle culture politiche in Italia sono molteplici partendo dalla destrutturazione dei partiti esistenti, fra il 1992 e il 1994, e gli scomposti tentativi di ristrutturazione-accorpamento-riaggregazione con ulteriori divisioni, scissioni, decomposizioni. Ovviamente, la destrutturazione dei partiti ha effetti negativi anche sulla stabilità dei Governi e, qualora i Governi riescano a mantenere una qualche stabilità, che spesso costeggia l’immobilismo e la stagnazione, anche sulla loro operatività. La scomparsa delle culture politiche classiche ha portato con sé, travolgendole, anche culture politiche i cui elementi portanti erano trasversali, vale a dire che avevano penetrato e arricchito ciascuna di quelle culture, ma che, da sole, hanno dimostrato di non potere sopravvivere. Tra luci e ombre, alti e bassi, la Dc ha dato un decisivo contributo all’insediamento e allo sviluppo della nostra giovane democrazia, nonché alla ricostruzione e allo sviluppo economico e sociale del Paese. Ma anche alla consapevolezza del carattere singolare e irripetibile di quella esperienza storico-politica (un unicum di partito, definito da De Rosa «grande convenzione di consensi»), inscindibilmente legata alle particolarissime coordinate storico-politico-religiose nelle quale si inscrisse: la guerra fredda, una società a sfondo cristiano, la relativa unità politica dei cattolici prescritta con una certa cogenza dai vertici ecclesiastici. Che fosse formula non riproducibile lo rimarcava Dossetti sul finire della sua vita. Tutte circostanze che concorrono a spiegare quanto sia arduo immaginare di riprodurre oggi qualcosa che anche solo alla lontana le somigli. Tuttavia, ricorda Franco Monaco, entrando nel dibattito lanciato da Galli della Loggia, Melloni e Follini, i cattolicesimi politici vanno declinati al plurale. Le dimensioni non sono paragonabili a quelle di mezzo secolo ma la freschezza delle idee, i valori democratici, i principi di libertà e uguaglianza, ispirati dal Vangelo e dalla Dottrina Sociale cristiana, sono attualissimi e capaci di dare risposte anche nel presente. I cattolici, come è naturale, politicamente possono essere divisi, ma la loro minoranza sociale, deve essere profetica e lievito per le grandi sfide del futuro. Nel 2010 un saggio di Del Colle e Pellegrini (Cattolici dal potere al silenzio, San Paolo Edizioni), attraverso un’efficace rilettura storica della presenza dei cattolici in politica, descriveva come i cattolici fossero passati, tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, dal potere al silenzio. Elogiando coloro che, provenendo da una formazione cristianamente ispirata, ancora oggi, sono impegnati in ruoli e incarichi pubblici e di rappresentanza nei partiti, credo sia giusto domandarsi perché i cattolici democratici, popolari, liberali o conservatori, spesso divisi tra il primato del sociale o della morale, non siano più in grado di elaborare una proposta culturale diffusa e aggregante nella società laica e plurale. Si è dissolto il collante di una narrazione collettiva che per decenni ha avuto un peso importante nelle scelte politiche locali e nazionali. I cattolici in politica, divisi in molti e deboli gruppi o componenti, non riescono più ad essere incisivi nella lettura critica della società con proposte politiche forti, più volte richiamate da Papa Francesco e dalle gerarchie. Nel secolo scorso i cattolici in politica hanno avuto la capacità di attivare un dialogo tra base e vertici, ambienti vitali, mondi sociali e sindacali, realtà datoriali, associative e professionali esprimendo leader, uomini e donne di Governo e amministratori pubblici.

È urgente, a mio avviso, che i cattolici tornino a essere “lievito nella pasta” di organizzazioni politiche laiche e plurali senza escludere possibili nuove forme aggregative che si contrappongono a realtà sociali costruite su personalismi politici che negli ultimi decenni hanno distrutto l’articolazione e la forza delle differenze delle tante voci del cattolicesimo politico. La priorità è formare cristiani con una matura coscienza politica, alimentata anche dal patrimonio storico-culturale rappresentato dal contributo di quei cattolici che sono stati attori protagonisti della nostra storia repubblicana.

Luca Rolandi

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