A scuola con le infradito

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di Patrizia Ferrando

La scuola è finita, e l’arrivo delle vacanze interrompe le polemiche, negli ultimi tempi particolarmente accese, sull’abbigliamento in aula. Premetto che, se non dirò mai che qualcuno va umiliato per il suo modo di vestire, nemmeno comprendo considerazioni sulla scuola come luogo di libertà (perché la libertà non sono le infradito!) e tantomeno lagnanze dei genitori sull’assenza di condizionatori, quando troppo spesso emergono pesanti, se non drammatiche, pecche nell’ambito dell’edilizia scolastica. Nella ridda di pareri, scioperi, dichiarazioni, mi ha colpito l’osservazione di una preside: «Basterebbe parlare insieme di buon senso e buone maniere». Sul piano operativo, credo che l’unica via per non perpetuare diatribe sui vestiti sia condividere poche e chiare regole, ovviamente valide per tutti: maschi e femmine, studenti, insegnanti e personale non docente. Vorrei tanto, però, che non passasse l’ombra della coercizione o di retaggi d’ipocrisia o sessismo.

In prima battuta, vorrei passasse ai più giovani l’idea che l’università, la scuola, sono l’anticamera di un posto di lavoro. Quando facciamo un esame, assistiamo alle lezioni o discutiamo una tesi stiamo comunicando qualcosa e trasmettendo un’immagine di noi. Il nostro abbigliamento e la cura che abbiamo della nostra presenza sono parte di questa comunicazione e influenzeranno, in un certo qual modo, l’opinione delle persone con cui ci relazioniamo: si può essere geniali anche in costume da bagno, ma considerare i linguaggi non verbali è segno di professionalità e attenzione agli obiettivi.

In seconda battuta, c’è il tema dell’appropriatezza. Rispettare un dress code vuol dire che ci si veste in modo adeguato alla circostanza o al luogo.

Non entro in una scuola, una chiesa, un tribunale, vestita come in spiaggia o in discoteca, non vado a una cerimonia con la tuta della palestra o la felpa che indosso in casa né, a un funerale, vestita di rosso, coi sandali gioiello, a porgere le condoglianze ai parenti distrutti dal dolore.

Sono regole non sempre scritte che, però, portano verso il cuore di quello che, a mio avviso, potrebbe essere il centro di un dialogo sull’argomento che tocchi non superficialmente il bon ton.

A scuola, tutti sono presenti nell’aderire a un progetto formativo: tutti. Vestirsi in un modo che si discosta troppo da una media comune e, sia ben chiaro, non sto parlando di arie provocanti, ma degli eccessi, denota scarsa considerazione verso il gruppo.

Se compiamo un percorso insieme, possiamo preservare la nostra unicità senza bisogno di accendere riflettori o di dare importanza, stavolta davvero, a una vuota forma, travestendo l’autonomia da pezzo di stoffa.

patrizia.marta.ferrando@gmail.com

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