Quel colpo di pistola che ha messo in ginocchio una città

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L’omicidio di Voghera. È il caso di cronaca che sta tenendo banco da giorni: Massimo Adriatici, ex assessore alla Sicurezza, ha ucciso Youns El Boussettaoui. Le indagini sono in corso. La società e il mondo politico si dividono

Erano da poco passate le 22 di martedì 20 luglio quando Massimo Adriatici, avvoca-to, già assessore alla Sicurezza del Comune di Voghera nella Giunta di Centrodestra guidata dalla sindaca Paola Garlaschelli, ha sparato il colpo di pistola che ha ucciso Youns El Boussettaoui, un uomo di 39 anni di nazionalità marocchina.

Il fatto è accaduto in piazza Meardi davanti al bar “Ligure”.

Sono trascorsi 10 giorni da quel tragico evento, 10 giorni in cui le notizie, i commenti e le indiscrezioni si sono accavallati di ora in ora e nella comunità civile e nel mondo della politica è divampata la discussione.

Adriatici, che ha rassegnato le dimissioni dall’incarico di assessore, resta agli arresti domiciliari in un luogo segreto. Le indagini sono in corso. Intanto sono spuntati due video che mostrano alcuni momenti di ciò che è avvenuto sulla scena del delitto: in uno si vede El Boussettaoui colpire con un pugno Adriatici e poi i due si spostano fuori dal raggio delle telecamere di sicurezza e qui viene sparato il colpo mortale. Nell’altro, diffuso da La Presse, l’ex assessore si rivolge a un testimone e gli dice: «Hai visto che ha fatto per darmi un calcio in te-sta? L’importante è quello, che hai visto che stava dandomi un calcio in testa». Sabato scorso si è tenuta una manifestazione proprio in piazza Meardi a difesa della vittima. Adriatici è indagato per eccesso di legittima difesa.

Di fronte al dramma dell’uccisione di Youns El Boussetaoui come ha reagito la comunità parrocchiale di Voghera?

«La comunità parrocchiale, così come quella civile, posta di fronte al dramma dell’uccisione di una persona, dapprima ha sperimentato lo sgomento di questo “tsunami emotivo” che ti travolge. Poi si è vissuto lo smarrimento con l’immediata ricerca di una risposta logica ai molti “perché?” e alle molte colpe! Inevitabilmente, soprattutto di questi tempi, è subentrata, infine, la rabbia con tutte le sue forme verbali e non e con tutti i suoi eccessi. Per ultimo… ma proprio per ultimo… si è iniziato a cercare un senso alla vicenda. In questa direzione si è mosso l’appello di domenica scorsa che come pastori abbiamo rivolto a tutti, a partire dalla nostra Comunità. Un invito al silenzio e al giusto agire. Un silenzio che ha il gusto del rispetto per chi ha perso la vita o per chi l’ha segnata per sempre; un silenzio capace di zittire le troppe parole di odio o di giudizio o di pregiudizio che hanno riempito le nostre piazze, i nostri media, e in particolare i social! Alla comunità cristiana che è in Voghera abbiamo poi chiesto di costruire insieme frutti di quella speranza che è dono di Dio; speranza capace di trasformare tale tragedia in assunzione di responsabilità. Anche oggi come Chiesa di Voghera siamo chiamati a farci anima di un rinnovato patto sociale che stemperi il clima di rabbia e di insicurezza e si faccia voce del desiderio che tutti abbiamo di progettare percorsi di riconciliazione».

Come si può definire il tessuto sociale cittadino? Ci sono delle “emergenze sociali” che richiedono particolare attenzione?

«Il tessuto sociale cittadino non è come quello che è stato descritto da troppi media. È innegabile che i cittadini si dividano tra coloro che hanno paura del “diverso” e quelli che silenziosamente lo aiutano. Voghera, però, è fatta di tante brave persone che si rimboccano le maniche per gli altri. I vogheresi aiutano i poveri più di quanto facciano altri. Nella nostra città non mancano le emergenze sociali: i numeri della mensa Caritas o dell’asilo notturno dimostrano che l’emergenza sociale è ampia e con lo sblocco degli sfratti e dei licenziamenti, in autunno o quando sarà, ci aspettiamo un’impennata del disagio, anche perché Voghera non è un paesino e qui non sempre ci sono le reti sociali e amicali che tamponano. Il terzo settore fa quel che può, ma da anni è solo. Gli stranieri certamente sono accolti e per chi accetta, si trovano sempre percorsi inclusivi e integranti».

Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per affrontare le complesse dinamiche di convivenza?

«Più delle polemiche o delle parole (anche quelle “alte della politica”), è il tempo dell’assunzione di responsabilità che diviene agire nel “fare bene il bene comune”. Iniziando a ricordare che il “diverso” è una persona e, come tale, è un fratello».

Daniela Catalano

(nella foto: don Cristiano Orezzi e don Marco Daniele)

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