Ok, al limite un attimino

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di Patrizia Ferrando

Avete mai pensato di far pulizia nel vocabolario? Dando per scontato che non ci siano parole becere, proverei a buttare via espressioni trite e sdrucciolevoli.

Evitiamo di dire “cento di questi giorni” in occasione di un compleanno. Sforziamoci di scegliere parole brevi, eppur di stampo meno banale, e di trovare un messaggio sentito, diretto al cuore dei festeggiati e non così superficiale.

“Non dovevi disturbarti” a colui che ci offre un regalo. Equivale a sminuire il pensiero, quasi fosse stato uno spreco di tempo e denaro. Bisogna saper ringraziare con garbo. Pensate che nelle antiche rappresentazioni le tre Grazie simboleggiavano l’arte di donare, ricevere, ringraziare.

Usare parole alla moda, deprecate già una quarantina d’anni orsono da Lina Sotis, segna punti a sfavore. Ad esempio: “cioè” senza motivo; “attimino” come se il minuto temporale potesse essere spezzettato; “gestire” anche a sproposito; “nella misura in cui” senza indicare quale sia; “al limite” in continuazione… e via dicendo. Ormai ogni epoca, ogni mese, ogni giorno, ha le sue mode di rapida senescenza e spesso di misera origine. Evitarle è facile e distingue sempre da una discutibile massa. Lo stesso vale per “Ok” invece di un’affermazione normale ed equipollente.

Vaste sono le costellazioni bislacche dei modi di dire dimenticati in ambito sociale. Invitare persone dicendo “venite quando volete”, tanto per cominciare, risulta il contrario di un incoraggiamento. A chi verrebbe in mente di piombarvi in casa quando capita?

“Fate come se foste a casa vostra”… raccomandazione mai presa alla lettera da un ospite, in alcuni casi fortunatamente, sembra quasi indurre in dubbio.

Si entra in una vera palude, poi, per frasi udite mille volte e banali, ma sostanzialmente orrende nel significato come “tolgo il disturbo” lasciando la casa di cui si è ospiti, quasi si reputasse di essere sgradevoli e sgraditi; “con decenza parlando” riferendosi a qualche cosa di cui con evidenza si sa di non dover parlare affatto; “menzionandolo da vivo” alludendo con commenti pungenti o non elogiativi a un defunto; “non faccia complimenti” invitando a servirsi di una pietanza, nemmeno si pensasse che i nostri commensali siano intenti a inspiegabili moine di disappetenza.

Chiuderei la rassegna con un vizio che mi provoca le peggiori reazioni, forse perché in generale collegato a falsità e infingimento. Chiamare “amore, tesoro, carissimo” qualsiasi persona incontrata, magari appena conosciuta, non ha senso alcuno. Di pessimo gusto, direi, il corrispettivo verbale di un salotto affettato e pretenzioso senza speranza, col cellophane sulle fodere delle poltrone (ditemi che non esistono più e vi sarò grata).

patrizia.marta.ferrando@gmail.com

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