Mons. Luigi Guerra, un ricordo che dura da 70 anni

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Fu parroco di Serravalle Scrivia dal 1935 alla morte, nel 1951. La sua vita si reggeva su 3 pilastri: i giovani, i sofferenti e la carità. A novembre la commemorazione

Luigi Guerra nasce a Carbonara Scrivia il 27 maggio 1896 in una famiglia profondamente religiosa e con una tradizione di vocazioni sacerdotali: tre giorni dopo la nascita riceve il battesimo proprio da un suo parente sacerdote, il canonico don Campiglio.

Luigi è studente con grande profitto presso il seminario di Stazzano e di Tortona ma il suo percorso di studi si interrompe quando nel 1915 viene chiamato alle armi. Veste il grigioverde e a Caporetto viene fatto prigioniero insieme a tutto il suo reggimento. Sarà successivamente internato a Mauthausen, all’epoca campo di prigionia per militari, sino al termine del conflitto. Rientrato dalla prigionia termina gli studi ed è ordinato presbitero nel 1921. Dopo l’ordinazione, il vescovo Simon Pietro Grassi lo nomina vicerettore nel seminario minore a Stazzano, successivamente con lo stesso compito opererà nel seminario maggiore di Tortona e tornerà come Rettore a Stazzano. Il 28 ottobre 1935 diventa parroco della Parrocchia di Serravalle, dove rimane fino al 28 aprile 1951 giorno della sua morte improvvisa.

La dimensione parrocchiale diventa il banco di prova per il suo ministero che svolgerà avendo a cuore le linee guida dei vescovi, in modo particolare, di Mons. Grassi perché quella fu la scuola della sua formazione in profonda unità e continuità rispetto all’episcopato Bandi. Mons. Guerra, possiamo affermarlo, fu uomo del vescovo Grassi più che dell’arcivescovo Egisto Domenico Melchiori, portava in sé l’impronta del vescovo bergamasco più che del bresciano. L’impostazione data da quell’episcopato, in cui aveva trascorso gli anni della sua formazione in seminario e i primi anni del suo sacerdozio, gli rimase dentro e la seppe sapientemente portare avanti senza mancare di obbedienza a Mons. Melchiori, senza cercare scontro o inasprire i rapporti.

Le sue prime parole rivolte ai nuovi parrocchiani dal seminario di Stazzano sono già una sintesi di ciò che vorrà operare: «Sarà questa la mia missione in mezzo di voi: volervi bene e farvi del bene». Che cosa vuol dire questo in concreto? Lo dice lui stesso: «Evangelizzare, spezzare col povero l’ultimo tozzo di pane, consolare».

Tutte queste cose saranno realizzate pienamente durante i 16 anni in cui don Luigi sarà parroco a Serravalle, anni difficili in cui il suo ministero si fonderà su tre pilastri.

Il primo posto nella sua visione pastorale lo avevano i giovani e l’associazionismo cattolico. La Casa del Giovane di Serravalle fu al centro dei suoi pensieri così come la cura, la diffusione e il sostegno di tutte le realtà dell’associazionismo cattolico.

La Casa aveva però un ruolo fondamentale nel suo progetto perché era il luogo ove la proposta cristiana si faceva scelta di vita e dove ci si attrezzava per testimoniarla nella quotidianità non soltanto nella comunità parrocchiale ma anche in quella lavorativa, sociale, civile.

Il legame che in questo modo si creò con i giovani fu profondissimo e riempì tutti di commozione quando il giorno del funerale i suoi ragazzi portarono in spalla la sua bara all’interno della Casa del Giovane che si stava ultimando a sottolineare che quella sarebbe sempre stata la loro e la sua casa.

Il secondo pilastro dell’operato di don Luigi fu l’attenzione ai sofferenti, fossero essi nelle loro case o nell’ospedale avevano la visita quasi quotidiana dell’arciprete. Questa dimensione di vicinanza così profonda, così generosa e genuina legò immensamente la comunità al suo parroco. Tutte le sere si recava all’ospedale.

Anche nell’ultima fatale sera della sua vita, quando era già in preda ai sintomi del male che lo avrebbe improvvisamente e prematuramente sottratto a questo mondo per spalancargli l’eternità, si volle recare dai suoi malati. Oltre ai malati, poi, i deboli e i sofferenti e gli anziani soli per i quali aveva pensato al Ricovero tanto desiderato, tanto sognato, appena abbozzato nella realtà, oggetto di tanta preghiera come ogni azione e desiderio d’opera del suo cuore.

Scriveva nelle riflessioni degli esercizi spirituali fatti pochi mesi prima della sua morte di questo grande desiderio e diceva a Gesù: «Ho l’ambizione di organizzare il ricovero dei vecchi: Tu spogliami dell’ambizione, ma fa che lo possa preparare nel tuo nome».

Il terzo pilastro fu la carità. Verso i poveri certamente per cui aveva sempre qualcosa da dare e con i quali condivideva la povertà.

Morì alle 23.45 del 28 aprile 1951. Il giorno dopo la notizia della morte dell’arciprete fu accolta prima con incredulità, poi si diffuse come un fulmine. Al suo ultimo saluto ci furono proprio tutti. Davvero, come fu detto in quei giorni da Mons. Riccardi, «un lavoratore tenace e paziente, allo stremo delle umane risorse si è piegato sul solco, sorpreso dalla morte nella pienezza di una laboriosa giornata».

Nel suo testamento in cui diede disposizione delle sue poche cose, leggiamo: «Alla mia parrocchia di Serravalle lascio il mio cuore, non avendo soldi o altri beni materiali. Sento, davanti alla morte, di poter assicurare tutti i miei cari figli di Serravalle, di averli sempre amati e di amarli – tutti e singoli – senza riserve e senza limiti. Prometto loro di continuare lo stesso affetto dal cielo, e di interessarmi di tutti loro presso il trono di Dio».

Luca Gatti

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