Il caldo dà alla testa

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di Patrizia Ferrando

Il dress code, in altri termini la scelta dell’abbigliamento in base a luogo e occasione, di cui ho scritto nello scorso numero, a me sembra un tema semplice da dipanare, almeno rispetto alle occasioni più diffuse: una signora, per accostarsi alla famiglia reale ad Ascot, dovrà evitare lo scollo “all’americana”, e chi riceve un cartoncino con la dicitura “cravatta bianca” rifletterà su quale abito da gran sera femminile meglio si accompagni al frac maschile. Per quasi ogni altra evenienza basterebbe mescolare gusto e senso della misura.

Ma, forse, non è poi così facile, se nell’ultima settimana mi sono trovata coinvolta in due conversazioni sul dress code, rispettivamente agli esami di maturità e nelle giornate più calde.

I genitori dei maturandi di oggi, e tutti gli ultra quarantenni, ricordano il giorno della prova orale, quella della vecchia maturità per antonomasia, come il fatidico incontro con una commissione sostanzialmente di sconosciuti, che qualcuno rappresentava simile a un plotone d’esecuzione. Oggi la procedura avanza più fluida, e anche la scelta dell’abito può e deve seguire le stesse norme di considerazione della scuola come luogo di lavoro da applicare ogni giorno. In più, non ha molto senso mandare davanti agli insegnanti, studenti impacchettati in vesti protocollari, se non sono abituati. Il voto non cambia, la serenità del candidato sì. Mi ha colpito, poi, il consiglio di una docente: escludere le maglie con scritte varie, perché sono troppo casual e perché qualcuno potrebbe domandare di tradurre le frasi!

Che succede, invece, se la colonnina del mercurio dei termometri sale a livelli inquietanti e fa caldo, caldissimo?

Il clima torrido può dare alla testa, facendoci dimenticare regole di convivenza, buon gusto e soprattutto rispetto verso gli altri?

Con l’elevarsi della temperatura per strada, inspiegabilmente per alcuni, giustamente per altri, i centimetri di pelle scoperta aumentano come se fossimo in spiaggia o in una discoteca dove, ça va sans dire, è più o meno ammesso tutto.

Poniamoci ogni tanto qualche dubbio sulla necessità di scoprirsi.

Non è questione unicamente di “chi se lo può permettere”, di pelle setosa o muscoli ben tonici, bensì di rispetto prima di tutto verso se stessi, poi verso gli altri e poi per la discrezione del luogo.

Indossare panni succinti in città non è trasgressione, non è sfida al conformismo e non è nemmeno seduzione, perché non è così che funziona.

La fascinazione, anche del corpo, necessita di una velatura. Per accendere un desiderio è necessaria una distanza, una lontananza, un richiamo, un desiderio appunto: non lo dico io, e nemmeno il galateo, ma esteti e artisti di ogni tempo.

patrizia.marta.ferrando@gmail.com

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