I ristoratori: «Fateci aprire subito»

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Da troppo tempo sono senza prospettive. E senza aiuti economici. Sale la rabbia dei gestori di ristoranti e agriturismi. Siamo andati in Val Curone, Val Borbera e Val Grue e abbiamo raccolto il loro appello

Calano lievemente i contagi e si torna in “zona arancione”, ma la misura è ormai colma per i ristoratori che da un anno a questa parte sono senza prospettive. Certo, c’è l’emergenza sanitaria e ci sono le vittime del Covid cui va portato profondo rispetto, ma il comparto della ristorazione chiede di poter lavorare senza elemosine, riaprendo in sicurezza. Ulteriormente in difficoltà tutte quelle attività che popolano le vallate che circondano il Tortonese e l’Arquatese: angoli di paradiso abbandonati a se stessi.

VAL CURONE

In mezzo ai boschi e a una zona archeologica e panoramica mozzafiato, l’agriturismo “Guardamonte” è il punto più alto di Gremiasco, comune di 300 anime che dista 30 chilometri dalla prima città, Tortona: dai suoi 700 metri guarda il maestoso monte Giarolo: «Abbiamo imparato a cucinare dalle nonne e lavoriamo principalmente d’estate. – raccontano le titolari Daniela Oneto e Patrizia Raffo, che hanno ristrutturato la cascina di famiglia e dal 2002 accolgono turisti dalle province di Milano, Monza, Alessandria, Pavia – Impossibile per noi praticare l’asporto o la consegna a domicilio, perché i nostri clienti arrivano tutti da lontano. Siamo molto demoralizzate».

Proseguendo da Gremiasco, si incontra il comune di Fabbrica Curone e, risalendo ancora, si scoprono, disseminate nelle sue frazioni, molte altre piccole realtà di ristorazione che rappresentano, ognuna per storia e genuinità, un unicum nel territorio. «La situazione è pesantissima – spiega Jacopo Pendola, assessore al Turismo di Gremiasco – ma da queste parti cerchiamo comunque di non perderci d’animo. Gli chef di quattro ristoranti della zona – “La Baita” di Salogni, “La Genzianella” di Selvapiana (sono due delle frazioni di Fabbrica Curone), “Da Giuseppe” a Montemarzino e “Il Belvedere” di Gremiasco – hanno per esempio unito le forze, confezionando dei box contenenti una specialità per attività, con possibilità di consegna a domicilio».

VAL BORBERA

L’albergo-ristorante bar “Ponte” di Montaldo Cosola, frazione di Cabella Ligure, è un emblema della val Borbera: affonda le sue radici nel 1832 ed è una delle imprese storiche più antiche inserite nel registro regionale piemontese.

Michele Negruzzo e sua sorella Wilma sono due cuochi appassionati che hanno raccolto l’eredità di famiglia dalla loro mamma Giovanna Negro e dal trisavolo di lei, Luigi: «Da mesi ci è permesso di restare aperti nelle modalità note a tutti, ma di fatto siamo chiusi» commenta Michele Negruzzo, che è anche presidente dell’associazione Albergatori e Ristoratori Val Borbera e Valle Spinti, la quale conta 21 soci: abbiamo scritto una lettera aperta alle istituzioni, chiedendo di poter riaprire per salvare anche la filiera dei prodotti alimentari tipici, coltivati da contadini, vignaioli, casari, macellai e salumieri.

VAL GRUE

A Garbagna i dipendenti di “Bocù – Bottegacucina”, capitanata da Paolo Nicolini – l’hanno scritto sulle loro t-shirt bianche: “Fateci aprire”. Seguiti a ruota dallo staff di un altro locale del paese – il ristorante pizzeria “Garbus” – questi lavoratori della ristorazione hanno ideato una “protesta gentile” contro la prolungata chiusura: «Sono personalmente poco incline a fare asporto e delivery, – spiega Paolo Nicolini – a maggior ragione se un ristorante che non ha mai attuato questa formula debba applicarla nel giro di poco tempo. I nostri affezionati clienti torneranno come è già successo nel breve periodo in cui siamo tornati gialli: nel frattempo, cerco di restare in contatto con loro. La mia squadra è tutta in cassa integrazione saltuaria».

A Garbagna è ancora possibile vivere a ritmo lento, soggiornare nel camping “Emaieu” di Fausto Moressa e imbattersi, a spasso per le incantevoli viuzze di uno dei “Borghi più belli d’Italia”, nel ristorante al “Caminetto” o nel ristorante pizzeria “Firadü”. «Anche io non vedo l’ora di tornare alla normalità – commenta Franco Risti, del “Firadü” – ma siamo in un momento in cui ci viene chiesto di fare dei sacrifici. Ricordiamoci di tutte le persone che sono morte a causa del virus».

«I nostri ristoratori hanno tutte le ragioni del mondo – conclude il sindaco Fabio Semino – sono rispettoso delle problematiche sanitarie, ma servono prima di tutto giusti ristori: per tutto il 2020 non è arrivato loro neanche il 5% del mancato fatturato».

Alessandra Dellacà

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