Gianburrasca e il delfino

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di Silvia Malaspina

Il 5 settembre si sono conclusi i XVI Giochi paralimpici estivi: la delegazione italiana, composta da 63 atlete e 52 atleti, ha riportato un bottino di 69 medaglie, piazzandosi al 9° posto nella classifica con il 2° miglior risultato di sempre, dopo quello della primissima edizione (Roma, 1960).

Determinante in quest’impresa, non solo per evidente superiorità numerica, è stato l’apporto delle donne, che hanno brillato nelle varie discipline: tutte hanno spinto la resilienza e la determinazione femminili ai massimi gradi. Per ragioni di spazio mi limito a citare le protagoniste di sfolgoranti prestazioni nel fioretto e nel nuoto: Beatrice “Bebe” Vio e Carlotta Gilli.

Di Bebe Vio sappiamo tutto: la sua parabola, da ragazzina ritrovatasi improvvisamente mutilata di avambracci e gambe a causa di una meningite fulminate ad indomita atleta, ha commosso ed impressionato il pubblico non solo sportivo, facendola assurgere a simbolo del “se sembra impossibile, allora si può fare”, slogan che campeggia nell’home page del suo sito internet. È inoltre fondatrice della Onlus art4sport che si occupa di fornire un aiuto concreto ai bambini che hanno subìto amputazioni e vogliono praticare un’attività sportiva.

Nello scorso mese di aprile Bebe è stata colpita da una grave infezione, che avrebbe potuto compromettere definitivamente l’arto sinistro; il prof. Riccardo Accetta, che l’ha avuta in cura, ha dichiarato: «È eccezionale. Così piccola, minuta, giovanissima, nemmeno una montagna di uomo ce l’avrebbe fatta. Ma lì è tutta questione di testa, di voglia, e lei ne ha un serbatoio inesauribile».

A me è sempre apparsa più prosaicamente come una gioiosa Gianburrasca.

Di Carlotta Gilli, affetta da una grave retinopatia degenerativa e soprannominata “il delfino di Muncalè” (Moncalieri), che, dopo aver vinto l’oro nei 100 metri farfalla, si è presa l’oro e il record del mondo nei 200 misti, conservo il ricordo, derivato dal racconto di mia figlia durante i Criteria di nuoto nel 2017, di una ragazzina già straripante campionessa, ma molto estroversa e molto umile, tanto da incoraggiare le nuotatrici più giovani a non temere le gare importanti e fare squadra. La sua chiosa dopo il primo trionfo a Tokyo è stata lapidaria: «Neanche nel migliore dei sogni avrei pensato una cosa del genere… abbiamo fatto un capolavoro. Una medaglia che sono venuta praticamente solo a ritirare, perché è stata vinta nei mesi passati con la mia famiglia, lo staff e il preparatore atletico. Questa medaglia è più vostra che mia».

Oggi tutti siamo ammirati e orgogliosi di questi atleti, ma è pur vero che spesso abbiamo la memoria corta: credo che si debba partire dall’eliminare gli sguardi pietosi verso chi ha abilità differenti dalle nostre per onorare in concreto gli eroi non solo di Tokyo ma anche e soprattutto della vita.

silviamalaspina@libero.it

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