«Ei fu. Siccome immobile…»

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di Maria Pia e Gianni Mussini

Come dimenticare l’incipit del Cinque Maggio, che ai loro tempi si imparava a memoria?

Gianni e Maria Pia lo ricordano eccome: tanto più quest’anno, nel bicentenario napoleonico.

Se però facessimo un sondaggio sul tema di questa poesia, quasi tutti risponderebbero: la morte di Napoleone, l’uomo a cui si inchinano «due secoli, / l’un contro l’altro armati», cioè il Settecento illuministico e l’Ottocento romantico. Risposta sensata, ma solo in parte vera.

Andiamo con ordine.

In questa magnifica ode, che sedusse persino Goethe, spicca la proverbiale domanda «Fu vera gloria?», con la risposta altrettanto proverbiale: «Ai posteri l’ardua sentenza».

Si parla naturalmente della gloria dell’eroe capace di dominare il mondo quasi a passo di rock («dall’Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno») grazie al suo genio militare e alla rapidità con cui realizzava le proprie decisioni (ancora rock: «di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno»).

Non per nulla tutta la poesia è piena di termini che esprimono questa esplosiva rapidità: folgorante, scoppiò, lampo, ecc.

Rapidità cui corrisponde l’ozio senza bagliori dell’esilio di Sant’Elena, dove ogni giornata scorre inerte: atroce condanna per il grande uomo d’azione.

Nel Cinque Maggio la parola gloria ricorrerà ancora due volte.

La prima, sempre con valore epico, in altri versi molto noti: «tutto ei provò: la gloria / maggior dopo il periglio, / la fuga e la vittoria, / la reggia e il tristo esiglio: / due volte nella polvere, / due volte sull’altar».

La seconda invece alla fine dell’ode, quando Napoleone, vicino alla morte, si converte per raggiungere un premio ben più duraturo: il paradiso cristiano «dov’è silenzio e tenebre / la gloria che passò».

Stavolta è però una gloria mutata di segno: non più quella eroica dell’uomo che vuole essere superiore agli altri, ma quella celeste in cui il frastuono terreno non è altro che «silenzio e tenebre». Parole belle e terribili che ci riportano alla serietà dell’impegno cristiano a cui invita il poeta. Il quale subito dopo conclude che nessuna altezza «più superba» di Napoleone si è mai inchinata al «disonor del Golgota», la Croce: è dunque la pena più infamante a dettare la scala di valori da seguire.

Ecco il vero tema del Cinque Maggio, di cui l’epopea napoleonica è rappresentazione quasi “teatrale”. Ed è anche la scala di valori di Gianni e Maria Pia che, nel loro piccolo e con tutti i loro difettacci, cercano proprio di conformarsi a questo modello: al diavolo gli onori del mondo, tanto più che vivere senza gloria non significa vivere senza quella letizia cristiana che consiste – come insegnava Rosmini – nel godere la vita e non nel cercare il godimento.

Provateci anche voi, il successo è garantito!

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