E ora serve un vino che identifichi il territorio

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Continua l’approfondimento sul rilancio del turismo tra Tortonese, Novese e valli circostanti. Non poteva mancare un prodotto di eccellenza, re delle nostre tavole

Il vino come biglietto da visita di un territorio. Il vino racconta una storia. Il vino è espressione diretta di chi lo produce. Insomma, stiamo parlando di un punto di forza per il turismo enogastronomico. Anche per il Tortonese, il Novese, le valli circostanti, la zona di Gavi.

Le difficoltà, semmai, stanno nella diffusione di un nome che leghi il vino a una zona. Il Cortese di Gavi per esempio, che in tempi non sospetti seppe muoversi per primo in questo senso, ma con il limite di essere la sua una zona troppo ridotta dal punto di vista geografico.

Ora si incontrano due esigenze: da un lato ampliare la massa critica, dall’altro avere maggiore identificazione territoriale per un segmento di provincia che non è né Monferrato né Oltrepò né soltanto Appennino. Per questo non poteva mancare nel nostro percorso di approfondimento sulle potenzialità di sviluppo turistico ed economico il confronto tra i due Consorzi vinicoli, del Tortonese e di Gavi, per scoprire che l’esigenza di lavorare insieme, facendo di questo lembo di Piemonte una forte zona del “bianco”, è un’idea che si è ormai fatta strada e necessita di tutto il supporto delle istituzioni e degli attori coinvolti.

Manca, al solito, una denominazione d’insieme: Tortonese, Novese, Gavi, le cinque valli sono territori da soli troppo poco noti al visitatore.

Chiamarsi “Oltregiogo”, “Terre d’Incontro”, “Quarto Piemonte” potrà essere un’opportunità? Di sicuro l’identificazione va potenziata.

Stefano Brocchetti

Consorzio di tutela del Gavi

«Dobbiamo pensarci come una zona unica»

Il vino di Gavi, nel segno del Cortese Docg, è il più rinomato e diffuso nel mondo per la porzione di Piemonte che rappresentiamo in questi approfondimenti. Il Consorzio di tutela, che conta oggi 190 produttori, copre una zona di circa 1.450 ettari, distribuiti in 11 comuni della provincia di Alessandria (Bosio, Capriata d’Orba, Carrosio, Francavilla Bisio, Gavi, Novi Ligure, Parodi Ligure, Pasturana, San Cristoforo, Serravalle Scrivia, Tassarolo) con varie tipologie di vino, fermo, frizzante, spumante e con vari gradi di riserva o invecchiamento. La prospettiva di una omogeneità nella promozione del territorio e delle sue tipicità non suona come un declassamento per i produttori vinicoli, come si potrebbe pensare dal notevole sviluppo raggiunto ormai da diversi decenni, ma piuttosto è sentita come un’opportunità. «Questa omogeneità è tutta nel segno del territorio, basta guardarne la morfologia, molto varia ma con caratteristiche comuni» – afferma Roberto Ghio, il presidente del Consorzio di tutela del Gavi Docg. «L’offerta turistica deve tenere conto di come chi visita un territorio vuole conoscerne più aspetti e avere una varietà di proposte è fondamentale: in poche decine di chilometri ci sono colline, pianura, montagne fino agli oltre 1000 metri delle Capanne di Marcarolo, le cui attività ora si estendono anche alla Val Borbera, c’è la possibilità di visitare cantine, di praticare sport, di shopping sia di nicchia sia di vasta scala, con le firme dell’Outlet. Comprendendo Tortona c’è anche la parte di pianura che arriva fino al Po, poi la cultura e la storia, il cicloturismo. Dobbiamo pensarci come una zona unica, tra Tortona, Novi Ligure, le valli, Gavi e l’Ovadese».

Roberto Ghio

Significativo che l’invito arrivi dai produttori dei vini più conosciuti, che avrebbero anche modo di fare da sé: «Si pensava così in passato e fu un errore che abbiamo pagato caro. Per creare sviluppo occorre una dimensione territoriale più ampia. Occorre diversificare la proposta, pur lavorando nel segno dei vini. Ogni bottiglia di vino venduta sul territorio ha valore doppio, perché crea sviluppo e indotto e soprattutto si lega a un’esperienza: quando sono stato in Borgogna ricordo perfettamente il luogo e il contesto in cui acquistai ogni bottiglia. Inoltre, Gavi ha avviato per prima l’esperienza di porre il nome del territorio in relazione a quello del vitigno, ma anche i territori limitrofi, da un lato Ovada, dall’altro Tortona, hanno sviluppato produzioni rinomate e di grande qualità».

Manca però una denominazione che unifichi e identifichi una porzione di zona che, pur essendo omogenea come prodotti, come paesaggi, come storia, appare la somma di tanti piccoli campanili: può essere “Oltregiogo”? «Non ho una risposta, ma comunque utilizzare denominazioni geografiche astratte non rende più semplice la cosa. Vale anche per il concetto di “Monferrato”, di cui tutti siamo ai margini o di cui proprio non facciamo parte. Alcuni puntano su quella denominazione ma non porta passi avanti concreti. Sono convinto però che solo lavorando nell’ottica unitaria di collaborazione tra i tre consorzi, del Tortonese, del Gavi, dell’Ovadese e la Strada dei Vini e dei Sapori, si vada verso una soluzione, che col tempo porterà anche quella risposta sulla denominazione territoriale».

Consorzio di tutela dei vini dei Colli Tortonesi

«Le cantine possono fare qualcosa in più»

Il Consorzio di tutela dei vini dei Colli Tortonesi testimonia l’elevata crescita in termini di qualità, quantità e promozione delle produzioni di un territorio naturalmente vocato alla viticoltura e con una tradizione significativa dal punto di vista enologico. Una crescita che ha portato risultati tangibili in termini di visibilità e vendita e di utilizzo di terreni, oltre che di estrema attenzione alla qualità. Ma questo risultato notevole espresso sul fronte vinicolo non si è tradotto finora in altrettanta crescita in termini di sviluppo turistico. Per quali ragioni?

Gian Paolo Repetto

«Molto dipende dal modo in cui vengono valutati i dati delle presenze e dall’offerta ricettiva. – riflette Gian Paolo Repetto, presidente del Consorzio tortonese – Nelle statistiche si considerano presenze solo le visite che sono collegate ad almeno un pernottamento in loco. In questo, il Tortonese paga l’assenza di strutture ricettive e anche una promozione limitata, che andrebbe affrontata in maniera efficace con diverse professionalità. Poi la facile accessibilità dai grandi centri del nord ovest porta molto turismo di giornata, che fa comunque lavorare produttori e ristoratori ma non rientra nei dati computati in modo significativo».

Dal punto di vista strategico quindi manca progettualità? «Tutti dobbiamo fare qualcosa in più. Ad esempio le cantine che aderiscono alle iniziative e si dotano di una serie di professionalità sono ancora poche. Dobbiamo aumentare la disponibilità e l’offerta. Servirebbero, ad esempio, persone formate in ambito turistico, che facciano da guide e conoscano lingue straniere. Poi occorre ripensare la promozione, che finora si è concentrata sul breve e medio raggio di distanza: farci conoscere dai nostri conterranei serve a poco, così come ormai siamo ben posizionati nel turismo regionale e dei territori vicini. Occorre uscire di più e attrarre flussi da altre parti d’Italia e dall’estero, se vogliamo crescere e farci traino di un sistema territoriale che deve coinvolgere ricettività, vendita, somministrazione e tutte le altre componenti di offerta turistica, dallo sport al paesaggio alla cultura».

Torna quindi anche il tema dell’individuazione di una denominazione. Visto che “Tortonese” è troppo poco conosciuto fuori dal nostro territorio, “Oltregiogo” può essere efficace? «Occorre individuare una strategia efficace di posizionamento. Al momento non saprei indicare se “Oltregiogo” può essere più spendibile o se ci sono altre denominazioni come “Quarto Piemonte”. La certezza è che si deve ragionare in termini di massa critica superiore, è necessario coltivare la visione di un territorio unico con realtà come Gavi e il Novese, che hanno analoghe vocazioni e produzioni non concorrenziali».

Con il Consorzio di Gavi c’è dialogo o prevalgono ancora i campanili? «No, il dialogo è molto avviato e proficuo, toccherà poi alle istituzioni e alla mentalità imprenditoriale fare il resto. La base per creare una forte zona del vino bianco in quest’area del Piemonte c’è tutta. Abbiamo anche ottimi rossi, ma il Cortese di Gavi e il Timorasso Derthona sono eccellenze assolute e riconosciute ovunque».

In che cosa i due territori non sono in concorrenza? «Nelle stesse produzioni: il Cortese da noi è meno diffuso, così come abbiamo un’ottima barbera e una croatina ferma che è già diversa dalla bonarda dell’Oltrepò, ad esempio. Mentre nella zona di Gavi c’è un dolcetto a sua volta diverso dall’Ovadese. Andare insieme significa valorizzare le diversità. E poi c’è un’attenzione alla qualità, alla nicchia. Abbiamo produttori di scala tutto sommato piccola, a parte un paio di eccezioni, nel Tortonese, per cui le nostre produzioni hanno un mercato specifico che apprezza certi metodi di lavoro».

Stefano Brocchetti

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