Don Lorenzo Milani e la sua scuola popolare

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Sono trascorsi 100 anni dalla nascita del priore di Barbiana (era il 27 maggio 1923), il prete che ha radicato la sua vita nella fede, capace di donarsi completamente al Signore

Don Lorenzo Milani e la sua scuola popolare

Don Milani aveva ragione quando, nel suo tono sempre un po’ provocatorio, diceva: «Mi capiranno tra 50 anni».

“Trasparente e duro come il diamante, dove-va subito ferirsi e ferire”. Delle definizioni di don Lorenzo Milani è forse questa la più sintetica ed efficace, non per caso appartiene a don Raffaele Bensi, suo padre spirituale dalla conversione alla morte, unico custode del segreto della sua fede. E Papa Francesco, quando nel 2017 per il cinquantesimo della morte andò sulla sua tomba a Barbina, affermò: «La dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui. Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito».

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, questo il suo nome completo, nasce a Firenze il 27 maggio 1923. È il secondo dei tre figli di Albano Milani e Alice Weiss (madre di origine ebrea). Lorenzo fa parte di una laica e raffinata, ricca e colta famiglia fiorentina di scienziati e cattedratici; conosce bene il valore della cultura e ha una passione: la pittura. Dopo la maturità classica, mentre sta affrescando una cappella sconsacrata, scopre la sua vocazione. Si converte al cattolicesimo. Nel 1943 entra in seminario. La famiglia non approva la sua scelta religiosa, infatti, alla cerimonia della tonsura, l’atto d’ingresso alla vita ecclesiastica, nessuno dei parenti è presente. È ordinato sacerdote il 13 luglio 1947.

La prima scuola popolare

Nell’ottobre 1947 viene nominato cappellano nella parrocchia di S. Donato a Calenzano, alle porte di Firenze. Si trova a opera-

re, insieme al vecchio parroco Daniele Pugi, in una realtà rurale arretratissima: i suoi parrocchiani sono braccianti, pastori e operai, perlopiù analfabeti. Don Milani si convince che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli. Maestro, dunque, prima ancora che prete: è l’intuizione di don Milani. È qui che fonda la scuola popolare e che inizia il suo impegno: dare alla gente, di cui è spiritualmente responsabile, il massimo possibile di acculturazione nel senso di conoscenza, ma soprattutto di capacità critica. Don Milani decide di partire dalla lettura dei giornali in classe, analizzando i temi dell’attualità e soffermandosi a lungo sui termini difficili. Egli è convinto che solo la cultura possa aiutare i contadini a superare la loro rassegnazione e che l’uso della parola equivalga a ricchezza e libertà. A S. Donato il sacerdote costruisce una comunità, dove ogni regola gerarchica viene sconvolta.

A Barbiana che diventa il centro del mondo

È un uomo scomodo, esigente, provocatore e, per questo suo carattere, viene isolato e nominato priore di Barbiana, un piccolo paesino sui monti del Mugello: 124 abitanti in tutto, una chiesa, una canonica, un cimitero e una manciata di case. Un angolo sperduto molto lontano dall’Italia del boom economico. Appena arrivato don Milani fa un gesto simbolico: costruisce dal nulla e nel nulla la sua scuola popolare per giovani operai e contadini e acquista un posto nel piccolo cimitero di montagna. È proprio a Barbiana che fa la sua esperienza più forte con i giovani, per vari motivi emarginati dall’istituzione scolastica ufficiale. Si preoccupa di aiutarli a liberare la loro dignità e la loro cultura attraverso la parola, per essere meglio in grado di affrontare le difficoltà della vita.

Per convincere i genitori a mandare da lui i propri figli, il parroco utilizza ogni mezzo, persino lo sciopero della fame. Quella di Barbiana è una scuola all’avanguardia.

Si imparano le lingue straniere: l’inglese, il francese, il tedesco e persino l’arabo. Si organizzano viaggi di studio e lavoro all’este-ro. Egli spesso tiene lezioni di recitazione per far superare la timidezza ai più introversi e costruisce una piccola piscina per aiutare i montanari ad affrontare la paura dell’acqua. Nella scuola di don Milani si studia 12 ore al giorno, 365 giorni all’anno. L’insegnamento religioso non ha nulla di ortodosso; si legge il Vangelo, ma senza mai il tentativo di indottrinare i ragazzi. Nel 1963 arriva nella scuola una giovane professoressa, Adele Corradi, incuriosita dai metodi del parroco di Barbiana. Don Milani la invita a rimanere a insegnare nella scuola e la professoressa accetta.

I care: mi importa

Il motto della scuola di don Milani è “I care”, ovvero mi riguarda, mi sta a cuore, mi prendo cura. Alle pareti è appeso un mosaico fatto dai ragazzi della scuola; raffigura un ragazzo con l’aureola intento a leggere un libro. È il nuovo santo di Barbiana, il santo scolaro. L’esperienza della scuola di Barbiana attira sull’Appennino toscano insegnanti italiani e stranieri, gente di cultura e personalità della politica.

Quella professoressa

Nel 1967 don Milani scuote la Chiesa e tutta la società italiana con un altro libro: Lettera a una professoressa, scritto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana. Il libro denuncia l’arretratezza e la disuguaglianza presenti nella scuola italiana che, scoraggiando i più deboli e spingendo avanti i più forti, sembra essere ispirata da un principio classista e non di solidarietà; un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico.

È scritto in un italiano semplice; la prima stesura viene fatta leggere da un contadino che sottolinea le parole che non capisce affinché l’autore possa apportare le modifiche necessarie a renderlo accessibile a chiunque. Il libro, però, riceve un’accoglienza fredda.

Un’unica eccezione illustre: Pier Paolo Pasolini. Soltanto dopo la morte del priore diventa un caso letterario, uno dei “testi sacri” del ’68 italiano. Lettera a una professoressa è ormai simbolo di cambiamento per una scuola veramente per tutti. A causa di una grave malattia, il morbo di Hodgkin, di cui soffre da tempo, don Lorenzo si spegne a soli 44 anni. È il 26 giugno del 1967. Come aveva chiesto, viene seppellito nel piccolo cimitero di Barbiana con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Le ultime parole del suo testamento sono ancora una volta per i suoi ragazzi: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. Don Lorenzo lascia, attraverso le opere sue e dei suoi collaboratori, testimonianza viva di un’eccezionale esperienza umana, religiosa, educativa.

Luca Rolandi

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