Classi per stranieri, ma…

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di Davide Bianchi

Qualche giorno fa le dichiarazioni dell’attuale ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara circa la possibilità di istituire classi temporanee di alunni stranieri o percorsi di potenziamento linguistico pomeridiani, hanno innescato una vorticosa e incontrollata spirale di polemiche. Ancora una volta la scuola diviene tristemente terreno di dispute politiche che spesso, tanto da Destra che da Sinistra, naufragano verso derive ideologiche e demagogiche. Questo perché la classe dirigente è spesso a distanza siderale dall’esperienza concreta della realtà scolastica, non ne conosce le dinamiche, le criticità e soprattutto i delicati meccanismi che la regolano. Quindi, da qualsiasi angolazione dell’arco parlamentare provengano tali dichiarazioni, poco cambia: il contenuto è retorico e si esaurisce in sterili antinomie tra favorevoli e contrari, senza mai interrogarsi criticamente sul fenomeno. Ciò presupporrebbe infatti un faticoso e serrato lavoro di ascolto, in primis, e poi di interlocuzione, dialogo, confronto e successivamente di analisi e riflessione condivisa proprio con quei soggetti che la scuola la vivono tutti i giorni. In sé la proposta del ministro, se restasse circoscritta all’ipotesi di progetti di potenziamento linguistico per stranieri, non avrebbe nulla di sbagliato, ma neanche di particolarmente originale. Tali progetti vengono svolti da alcune colleghe del mio Istituto, in orario extracurricolare e retribuite attraverso i fondi, spesso esigui, destinati all’autonomia scolastica. Altre ex colleghe, ora in pensione, lo fanno addirittura sotto forma di volontariato, quindi non intascando un euro. Alcuni Enti locali mettono a disposizione una parte delle loro risorse, anch’esse purtroppo risicate, per retribuire mediatori culturali. Ma le cifre stanziate restano insufficienti a discapito dell’enorme domanda. Quindi, in primo luogo, bisognerebbe riconoscere che per attuare tutto ciò è necessario uno sforzo economico importante per creare spazi, allestirli, formare e retribuire i docenti chiamati a svolgere tale funzione. In secondo luogo, non possiamo dimenticare che l’integrazione è processo sociale che presuppone il vivere insieme sulla base di regole condivise. Un bambino straniero impara la nostra lingua se lo facciamo sedere anziché accanto a un altro nella sua stessa condizione, proprio a quello che parla meglio l’italiano. Ironia della sorte, e non sarebbe la prima volta, nonostante proprio quest’ultimo non abbia affatto un cognome italiano.

biadav@libero.it

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