Che cosa sta accadendo a Bose?

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Enzo Bianchi, il fondatore, lascia la Comunità a seguito della visita apostolica disposta da Papa Francesco

Da quando la Comunità di Bose ha diramato un comunicato nel quale le parole sono molto esplicite ed eloquenti, così come le decisioni, il mondo cattolico e non solo è stato pervaso da un profondo senso di amarezza, frustrazione e disorientamento. Perché la decisione di allontanare Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose nel 1965 – insieme ad altri tre membri della stessa comunità, i fratelli Lino Breda, Goffredo Boselli e la sorella Antonella Casiraghi, che dovranno lasciarla e trasferirsi in altro luogo decadendo da tutti gli incarichi – è davvero una notizia che nessuno poteva prevedere al di fuori dal muro comunitario.

Una decisione stabilita da un decreto a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, approvato specificamente da Papa Francesco, che arriva dopo «prolungato e attento discernimento» e dopo la visita apostolica durata oltre trenta giorni, dal 6 dicembre al 6 gennaio scorsi. «Come da noi annunciato a suo tempo, in seguito a serie preoccupazioni – si legge nella nota – pervenute da più parti alla Santa Sede che segnalavano una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno, Francesco ha disposto una visita apostolica. A compierla sono stati padre Guillermo León Arboleda Tamayo, abate Presidente della Congregazione Benedettina Sublacense-Cassinese, padre Amedeo Cencini, consultore della Congregazione per i religiosi, e madre Anne-Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac». Questo uno stralcio della nota pubblicata sul sito ufficiale della Comunità ecumenica e monastica di Bose. Ora arriverà un delegato pontificio per guidare la transizione.

Alle radici di una storia

Dopo il casello di Albiano si sale verso la Serra Morenica. Tornanti stretti, percorsi nei fine settimana dai centauri e poi in cima alla collina si apre una piana con il paese di Magnano. Si attraversa il borgo e c’è una vecchia segnaletica arrugginita con la prima insegna “Bose”. Due curve ed ecco in basso aprirsi la sede storica della Comunità ecumenica e monastica fondata da Enzo Bianchi nel 1965, alla fine del Concilio Vaticano II. La domenica di Pentecoste, del 31 maggio 2020, è la festa forse più vicina ed emblematica per la Comunità che cade proprio nel giorno della sua grande sofferenza. I suoi fratelli e sorelle si confrontano per la prima volta dopo lo scoppio del caso con il loro mondo, composto da religiosi e laici, associazioni, credenti e non credenti, progressisti e moderati, cattolici e cristiani, atei e persone in ricerca che con e a Bose sono cresciute. Non si parla di altro nel mondo vaticano, nella base cattolica, nei cenacoli intellettuali ma anche tra la gente comune che a Bose ha creduto come una esperienza di fraternità capace di abbracciare tutti, senza distinzioni e salvaguardandone la dignità, la coscienza e il percorso. La Comunità di Bose ha rappresentato la punta più avanzata dell’applicazione del Concilio Vaticano II, nell’ambito della dimensione del vissuto monastico (con la presenza nel monastero di fratelli e sorelle insieme) e nel cuore del cammino di riconciliazione ecumenica tra i cristiani. Certo la sua storia non è stata mai facile, soprattutto nei primi anni in cui Enzo Bianchi, studente universitario monferrino, iscritto a Economia e Commercio, decide, dopo aver sperimentato una prima esperienza comunitaria in città, proprio il giorno della fine del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, di trasferirsi in una frazione del Comune di Magnano, sotto la serra morenica, tra Biella e Ivrea. Lo seguono i primi amici che diventeranno i confratelli e fino agli anni Settanta la Comunità vive in una dimensione piccola e fragile, sostenuta da lontano da padre Pellegrino, arcivescovo di Torino, e dal vescovo conciliare Luigi Bettazzi, giunto a Ivrea nel 1966. Molti dubbi tra le autorità ecclesiastiche centrali e locali, ma tanta profezia e contatti con i monasteri benedettini, ortodossi e cattolici, in Belgio e Svizzera, come riferimenti. Il ruolo di Enzo Bianchi è carismatico e fondamentale, in cinquantacinque anni di vita la Comunità cresce, si espande nella sua dimensione umana, spirituale e di accoglienza e si trasferisce anche fuori dalla sua base biellese: Ostuni, Gerusalemme e Assisi. Diventano monaci e monache giovani e meno giovani, che vivono all’esterno, che si impegnano nel lavoro della terra e nella cultura. Ma soprattutto per tutti questi decenni Bose è diventato un luogo di accoglienza, aperto a tutti: credenti e non credenti: seminari, settimane teologiche e di spiritualità, dialoghi, convegni. Un punto di riferimento nazionale e internazionale. Bose è Bianchi, ma con il tempo non solo lui. Per la competenza, la profondità teologica, la forte spiritualità la Comunità va oltre, come è naturale che fosse, al suo fondatore. La Qiqajon è una preziosa realtà nel panorama editoriale di settore e tanto altro ancora.

Quando nel gennaio 2017 il priore rimetteva il suo mandato e affidava la cura della Comunità al suo successore, il reggiano Luciano Manicardi, fine biblista e monaco molto amato dalla Comunità e oratore apprezzato, tutto sembrava compiuto. Enzo Bianchi, il fondatore, lasciava spazio ai più giovani. Forse qualcosa si è rotto, sicuramente contrasti interni, problemi irrisolti che hanno convinto la Comunità a chiedere l’aiuto a Papa Francesco, che da sempre ha apprezzato la Comunità di Bose e chiamato il suo fondatore ad incarichi importanti.

Una esperienza che deve continuare

La speranza è che si ricomponga nel tempo la frattura tra fondatore e comunità, e che le parole, taglienti e dure, che si leggono sui social di alcuni tra i protagonisti, siano solo la condizione di un momento. Perché Bose non può finire, la sua esperienza è senza dubbio stata molta più luce che buio, virtù e non vizio, dialogo e non scontro, valore dell’umano come espressione del cristiano.

Perdere questa dimensione sarebbe un passo indietro per quello che Bose ha rappresentato per migliaia di laici e religiosi che si sono accostati, hanno conosciuto e hanno camminato, pregato e seguito l’esperienza di Bose dai propri territori, nelle chiese locali, nei circoli culturali, nella dimensione di confronto con la modernità in una logica inclusiva e dialogica e non in esclusiva.

Luca Rolandi

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