I bambini sono ancora di tutti

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L’Unicef ha lanciato un allarme più forte sul rischio che stanno correndo i nostri figli segregati dal Covid. E qualcuno li ha definiti “un bagaglio appresso”

Qualche tempo fa, giusto poco prima che il mondo piombasse nell’incubo Covid, mi è capitato di leggere un bellissimo libro. Titolo: Il treno dei bambini. Autrice: Viola Ardone. Editore: Einaudi. Si racconta la storia di un bambino, Amerigo, uguale a quella di migliaia di altri bambini che, nell’immediato secondo dopoguerra, partirono dal Sud, dove la miseria e la fame mordevano più che altrove, per essere accolti in famiglie del Nord che, senza essere ricche, li ospitarono per nutrirli, vestirli, accudirli come fossero figli loro, insieme ai figli che già avevano in casa. Per Amerigo e gli altri – anche orfani di uno e di entrambi i genitori – fu un’esperienza di strappi dolorosi e insieme occasione di serenità da ritrovare e di vita da riprendere dopo bombe, morte, lutti.

Un libro importante, una storia che, almeno alle nostre latitudini, non si sarebbe ripetuta, pensavo con sollievo leggendolo, anche se mi ha fatto riflettere su come oggi siamo tutti più chiusi all’accoglienza, più egoisti. È stato naturale in quel momento ricordare come nel piccolo paese in cui abitavo, bambina, nei primi anni Sessanta, mia madre e le mamme dei miei amichetti accoglievano, offrivano merenda o pranzo e vestivano con grande naturalezza, senza fare domande, i bimbi delle famiglie nomadi che transitavano per le nostre contrade di campagna.

Qualche giorno fa il libro di Viola Ardone mi è tornato prepotentemente in testa leggendo la notizia che la tremenda pandemia ha già lasciato fin qui, solo negli Stati Uniti, 40 mila bambini orfani di almeno uno dei genitori.

Quanti saranno, mi chiedo, nei Paesi poveri, ignorati o quasi dal mondo occidentale?

È stato scritto che il Covid è come una guerra anche se il nemico è invisibile. I bambini, anche i più fortunati, anche quelli di casa nostra sono tra i grandi dimenticati di questa crisi globale e locale. Lasciati per settimane e mesi senza scuola (gli adolescenti tra medie e superiori anche di più), li abbiamo visti cantare e sventolare bandiere sui balconi nel primo stop generale delle attività e subito dopo più o meno ignorati dalla comunità. Nelle famiglie agiate, che non avevano da temere per il lavoro, i più piccoli hanno conquistato una vicinanza nuova e guadagnato probabilmente un rapporto più disteso con mamma e papà per un po’ non più costretti a giornate frenetiche. Ma quante sono davvero le famiglie da mulino bianco che la pubblicità adeguata ai tempi ha voluto raccontarci?

Più spesso le ansie per il lavoro in bilico o per i mancati guadagni dei genitori sono passate sui ragazzini più ignari.

Abbiamo capito tutti quanto è mancata la scuola (ho visto bambini di prima e seconda elementare costretti alla didattica a distanza supportata solo da un telefonino della mamma che finiva spesso in blackout per esaurito credito). Tutti abbiamo appreso che tanti (sempre troppi) a scuola trovavano l’unico pasto completo della giornata. Quanti nelle difficoltà delle lezioni a distanza han-no rinunciato del tutto e non sono tornati quando le aule hanno riaperto più o meno a singhiozzo? Sono conti che faremo davvero a posteriori. Speriamo che, a quel punto, non sia troppo tardi.

Mi soffermo su questo argomento che potrà sembrare lontano, di un altrove che non ci riguarda, perché – lo dicono coloro che queste problematiche le studiano – il Covid ha fatto emergere più prepotentemente una questione da tempo latente nella nostra società, anche a casa nostra, nelle nostre piccole comunità, cioè il fatto che i bambini sono solo un problema della loro famiglia, quasi “un bagaglio appresso” come li ha definiti la sociologa Chiara Saraceno.

Quando ero bambina tutti si occupavano di noi. Famiglia, scuola, vicini del cortile in campagna, dell’intero paese in fondo. Tutti sapevano chi eravamo noi più piccoli, ci davano su la voce anche, se era necessario. La casa non erano solo le quattro mura dentro cui si abitava. Casa era il quartiere, il paese, la comunità riconoscibile e che sapeva riconoscersi e aiutarsi. Nella emergenza di oggi i bambini sono spariti a lungo. Era vietato scendere nel cortile condominiale. Persino chi passava, magari per portare a passeggio il cane, davanti a un giardino privato, guardava quei piccoli umani come creature fuori posto, forse fuorilegge. Solo nelle ultime settimane è stato lanciato un allarme più forte sul rischio che stanno correndo bimbi e ragazzi segregati dal Covid, dalla paura e da una vera e propria miopia rispetto al presente che sta minando il futuro loro e di tutti. L’impatto a lungo termine sarà sull’istruzione, sulla nutrizione (l’Unicef parla di un calo del 40% di servizi rispetto a queste necessità in 135 Paesi, dove i minori moriranno ancora di più per queste e altre carenze).

Il benessere di un’intera generazione di bambini e giovani è messo a rischio anche per mancanza di vitamine, arresto delle campagne delle altre vaccinazioni, per il mancato supporto delle consuete visite degli assistenti sociali. L’Unicef stima che a livello globale il numero di bambini che vivono in condizioni di povertà multidimensionale – senza accesso a istruzione, salute, alloggio, nutrizione, servizi igienico-sanitari o acqua – sia aumentato di altri 150 milioni già a metà del 2020, cioè quasi un anno fa ormai.

Un disastro che chiama in causa tutti noi. A partire dal mondo più vicino, senza dimenticare quello che non è poi così lontano. A cominciare, ovunque, dagli investimenti sulla scuola (asili nido compresi), da ciò che non è solo passaggio di nozioni, ma vita e vitalità necessaria anche fuori dallo stretto nucleo familiare. Si dovrebbe cercare di far rinascere speranza e vitalità. Sarebbe bello poter rendere finalmente di nuovo concreto il pensiero che i bambini sono di tutti. Perché tutti insieme abbiamo in dovere di farli crescere come adulti solidali, generosi, senza paura.

pierangelafiorani@gmail.com

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