Beato, vescovo di Tortona e cancelliere di tre sovrani

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Aspettando l’arrivo di Mons. Guido Marini, continuiamo a ripercorrere la storia della nostra Diocesi: nei secoli X e XI la sede vescovile tortonese fu una delle più importanti del nord Italia

Il ruolo di Tortona nell’epoca carolingia, nel periodo della decadenza dei carolingi e nella successiva epoca ottoniana, costituisce il felice preludio che preparerà la sua ascesa a potente municipio nell’età comunale.

Purtroppo è un periodo poco conosciuto anche tra gli storici tortonesi, coperto da un velo d’oblio assai resistente da rimuovere. Eppure si tratta di uno dei più significativi momenti storici nel medioevo cittadino e diocesano.

Sotto il dominio longobardo Tortona fu uno dei più importanti centri di resistenza della cultura romana, della fede cattolica e della politica papale avversa ai Re longobardi. I suoi vescovi, tutti di origine romana, non facevano mistero del legame con la sede papale ed erano sempre presenti ai sinodi romani, insieme ad una folta rappresentanza di vescovi franchi.

L’imperatrice del Sacro Romano Impero Richilde di Provenza (845- 910) a Compiegne presenta a Ludovico il Balbuziente, la corona e lo scettro che erano appartenuti a suo padre Carlo II “il Calvo”, particolare dal manoscritto “Chroniques de France”, 1493, Biblioteca Nazionale di Torino

Quando nel 773-774 Carlo Magno conquistò il regno longobardo, nel nuovo riassetto politico Tortona divenne il capoluogo di un Comitato, non certo di scarsa importanza se, nell’877, papa Giovanni VIII v’incoronò l’imperatrice Richilde, moglie di Carlo il Calvo. Papa e imperatore si trovavano in Pavia e si ritirarono a Tortona alla notizia che Carlomanno di Baviera, nipote ribelle di Carlo il Calvo, era disceso con un esercito in Italia. Tortona era quindi considerata sicura fortezza e la sua cattedrale degna del rito d’incoronazione imperiale al pari di quella di Pavia, capitale del regno d’Italia.

Carlo il Calvo

Per questo è improbabile, anche se lo studio deve essere approfondito, che Tortona sia stata vittima, almeno nel suo nucleo cittadino, delle scorrerie di Ungari e Saraceni del IX-X secolo.

Gli Ungari non erano in grado di espugnare città munite di forti mura difensive, inoltre la loro tattica era quella della razzia facile e veloce sul territorio sguarnito; in Italia si annovera solo l’assedio e l’espugnazione di Pavia, in una scorreria ungara del 924, ma si è già sottolineato come Pavia fosse più sguarnita rispetto a Tortona. Per quanto riguarda, invece, le scorrerie saracene, molto è ancora avvolto dalla leggenda, che tuttavia veicola un nucleo resistente di fatti storici, come ad esempio la distruzione del monastero di Novalesa nel 906 e il saccheggio di Genova nel 935. Sappiamo come una sorte analoga sia toccata al monastero, di fondazione longobarda, di San Pietro in Vendersi in Val Borbera, ma è certamente leggendaria una base saracena tra le rovine di Libarna.

Non vanno nemmeno dimenticate le lotte e le congiure per assicurarsi il trono d’Italia, che coinvolsero il nord della penisola nella prima metà del X secolo ed ebbero come protagonisti Berengario I e i re provenzali Rodolfo e Ugo. Berengario, dopo alterne vicende contro i signori italiani, fu proclamato imperatore nel 901 e governò appoggiandosi soprattutto ai vescovi e ottenendo nel 915 da papa Giovanni X la corona imperiale, sia pur tra le continue lotte per l’opposizione dei grandi feudatari, che finirono col contrapporgli Rodolfo, re dell’Alta Borgogna e di Provenza.

Anche in questo periodo la sede vescovile tortonese appare tra le più prestigiose del regno e Berengario la affida al suo cappellano e cancelliere Beato. Non sappiamo la sua origine, né l’anno della sua nascita. Le prime notizie su Beato lo presentano “notarius” e “cancellarius” alla corte di Berengario I re d’Italia, dove nell’anno 900 redasse e sottoscrisse tre suoi diplomi a Pavia e uno a Trieste. In un altro documento reale del 908 egli venne indicato dal Re come “nostrum, insignem capellanum”, segno che Beato a quell’epoca aveva ricevuto gli ordini sacri e che doveva essere passato dalla cancelleria alla cappella regia oppure avere accomunato i due uffici. L’insediamento di Beato sulla cattedra di San Marziano si deve quindi porre dopo il 908 e prima del 915, perché in quell’anno il favore del sovrano per il suo antico cancelliere si manifestò nuovamente attraverso la concessione alla Chiesa di Tortona di diritti e di privilegi sul territorio della pieve di Voghera. Ciononostante negli anni successivi Beato abbandonò le parti di Berengario, aderendo alla vasta congiura organizzata dai marchesi Adalberto e Berta d’Ivrea, dall’arcivescovo Lamberto di Milano e dal conte Olderico, congiura che, nel gennaio del 922, provocò la venuta in Italia di Rodolfo di Borgogna e la sua incoronazione regale.

Miniatura medievale raffigurante l’incoronazione di Rodolfo I

L’influenza di Beato si esercita forte anche sul nuovo sovrano, giacché il 3 dicembre 922 intervenne presso Rodolfo, insieme con l’arcivescovo di Milano, sollecitando concessioni per il vescovo di Bergamo.

Nel diploma emanato in quell’occasione Beato è persino detto “consiliarius” di Rodolfo.

Nel 924 Beato raggiunge il vertice della sua importanza alla corte reale, ottenendo la direzione della cancelleria del Regno. Dall’agosto al dicembre 924 egli è menzionato come “archicancellarius” nelle ricognizioni di tutti i documenti pervenutici di Re Rodolfo. Il 27 settembre intervenne insieme con Aicardo vescovo di Parma presso il re, sollecitando privilegi per la Chiesa di Cremona e, nel diploma con cui furono concessi, Beato è così menzionato in un latino ormai tardo “Beatum reverentissimum sancte Terdonensis ecclesie et archicancellarium”.

Si ignora quale atteggiamento abbia tenuto Beato nel corso del 925, quando buona parte dell’aristocrazia italica, guidata da Ermengarda d’Ivrea e da Lamberto di Milano, abbandonarono Rodolfo per offrire la corona d’Italia ad Ugo di Provenza.

Un diploma di Rodolfo del 18 luglio 925 mostra il nostro vescovo intervenire presso il Re insieme con Aicardo vescovo di Parma e con i conti Sansone e Giselberto, in favore della diocesi di Pavia, e gli attribuisce ancora il titolo di “archicancellarius”. Pertanto o la rivolta scoppiò dopo quella data, oppure Beato si mantenne fedele a Rodolfo. Sta di fatto che anche col nuovo Re Ugo di Provenza egli non perse la carica a corte, giacché la sua presenza, sempre in qualità di “archicancellarius”, è attestata fin dal primo diploma emesso da Ugo il 7 agosto 926. Gli vennero tuttavia affiancati nella cancelleria due provenzali, Sigifredo e Gerlando; quest’ultimo succederà poi a Beato. Gli ultimi diplomi reali che portano il nome di Beato risalgono al 928, per cui si deve ipotizzare in quell’anno la sua morte. Dopo Beato, altri due cancellieri reali diverranno vescovi di Tortona: Giseprando e Gerberto, segno dell’importanza della sede vescovile tortonese e del suo ruolo, anche politico nei secoli X e XI.

Maurizio Ceriani

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