Appello all’Italia silenziosa

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Un altro Paese. Ripartiamo dalle parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso del 31 dicembre

Quando nel messaggio di fine anno il presidente della Repubblica ha chiesto agli italiani di ritrovare fiducia in se stessi perché fiducia e speranza generano responsabilità, restituiscono coesione e contribuiscono a difendere la libertà, non si è limitato a un generico richiamo a operare per il miglioramento delle condizioni della società e del Paese. Mattarella ha invitato l’Italia dell’altruismo e del dovere, l’Italia che non ha mai smesso di darsi da fare, a porsi con spirito nuovo davanti ai problemi della quotidianità agendo con sapienza, genio, armonia e umanità facendosi forte della sua storia, delle tradizioni, del prestigio di cui gode a livello mondiale.

Non parole di circostanza quindi, non un discorso scontato, come hanno messo in rilievo sia gli uomini della politica sia i commentatori più autorevoli.

Per i primi, i politici e in particolare gli esponenti della maggioranza, il messaggio presidenziale assume la valenza del monito autorevole. È un richiamo ad operare nel segno della cultura della responsabilità, la sola che può far funzionare meglio le istituzioni, può colmare il fossato di incomprensioni tra il cittadino e il palazzo, può favorire le famiglie, i giovani, coloro che cercano lavoro e coloro che il lavoro lo creano ma trovano lacci e lacciuoli in un apparato legislativo e burocratico che sembra fatto apposta per spegnere quella fiducia alla quale il capo dello stato assegna la funzione primaria di alimentare la speranza di un futuro migliore.

Nel 2020 che è appena alle prime battute l’Italia, che ha ancora sul palato il sapore grato del panettone e il delicato frizzante delle bollicine, affronta un domani problematico e complicato.

Lo sa il Quirinale, lo sa Conte, lo sanno i ministri e i leader dei partiti. C’è necessità di chiarezza, fiducia, senso di responsabilità e disponibilità all’impegno.

Appropriato è l’accenno di Mattarella a quella “Italia silenziosa” (nulla a che vedere con la “maggioranza silenziosa” degli anni Settanta che i più anziani ricordano) che nei momenti difficili riesce a esprimere il meglio di sé fino a stupire gli osservatori esterni. All’Italia silenziosa che intende ridisegnare il proprio profilo voltando pagina rispetto a un passato recente e perfino recentissimo servono quindi un adeguato supporto della politica e un’azione di governo misurata che senza cedere al mito dell’uomo forte al comando sia comunque incisiva, calibrata sulle esigenze del Paese e sulle attese di cittadini.

Un governo, qualunque esso sia, per operare bene ha bisogno di un lasso di tempo ragionevole che gli consenta di realizzare i programmi presentandosi con i risultati raggiunti – o mancati – al giudizio degli elettori.

Il Conte bis è in carica da pochi mesi, ma dire che il suo stato di salute sia eccellente è affermazione azzardata, tanto che le preoccupazioni di Mattarella per la sua tenuta emergono da alcune espressioni (“buon funzionamento delle istituzioni”, “decisioni efficaci”) che abbiamo ascoltato la sera del 31 dicembre e che sembrano autentiche direttive d’azione più che auspici. Se guardiamo alla principale componente della maggioranza, i 5 Stelle, c’è da stare sul chi vive: il movimento è in fibrillazione, un ministro, Fioravanti, se ne è andato sbattendo la porta, il senatore Paragone è stato espulso, defezioni ci sono state e ci saranno mentre i mal di pancia si moltiplicano.

Sono solo fatti interni di un gruppo in dissolvimento che neppure vuole definirsi partito, si dirà. Vero, tuttavia questioni di sostanza complicano il quadro politico: il nodo delle concessioni autostradali sulla cui revoca Di Maio tiene duro, le divergenze tra pentastellati e renziani su quota cento e reddito di cittadinanza, le incertezze sul destino dell’Alitalia e sull’acciaieria di Taranto.

Dal primo gennaio è in vigore il blocco della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, norma bandiera dei grillini, ma il resto della coalizione giallo-rossa, renziani in testa, si mette di traverso rispetto a quello che definisce l’ergastolo del processo.

Tutto questo proietta interrogativi inquietanti sulla sopravvivenza del governo, ma il rischio maggiore per Conte verrà a fine mese da Bologna con le elezioni in Emilia.

Un trionfo leghista nella regione più rossa che c’era non resterebbe senza contraccolpi; gustato il panettone, Giuseppe Conte non arriverebbe alla colomba pasquale, e allora addio alla possibilità di mettere in atto le decisioni efficaci che il Quirinale invoca e di vedere l’Italia silenziosa e laboriosa offrire all’Europa e al mondo la migliore immagine di sé.

Antonio Giorgi

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