Vita a Venezia

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di Arianna Ferrari e Andrea Rovati

LEI

La mia testa funziona per associazioni mentali. Pensando al Carnevale appena trascorso, ricordo Venezia. Sarà perché lì questo evento ha proporzioni ciclopiche e afflussi turistici imponenti. Quando parlo con qualcuno della città lagunare si palesano due fazioni: chi la ama e chi la odia. Capisco entrambe le posizioni perché è un luogo molto particolare. Io la amo perché ho avuto la fortuna di visitarla più volte e di scoprirla poco a poco. C’è una Venezia – da alcuni ritenuta “minore” – che invece vale la pena di conoscere perché lontana dalle zone più rinomate e ovviamente più affollate. Accettando di perdersi girovagando a caso, ci si può ritrovare a camminare soli, scoprire mercati rionali, negozi non turistici e arrivare a cogliere l’anima vera della città che si esprime al meglio la sera quando il caos scema. Venezia sembra un mondo a parte con delle regole dimensionali solo sue. Spazio e tempo sono diversi. Puoi contare sulle tue gambe e, se sei in ritardo, arrivi in ritardo. Le distanze percorse a piedi sono notevoli ma quasi non te ne accorgi: quando torni a casa ciò che appariva lontano, sembra dietro l’angolo. La spesa è pressoché quotidiana, con la sportina, e va programmata perché non ci sono ipermercati né carrelli che aiutino a portare pesi. A braccia, punto. Chi la odia potrebbe provare a visitarla così, regalandosi una passeggiata tra calli e fondamenta meno noti, fermandosi in un bàcaro per concedersi ombre e cicchetti. Forse, chissà, cambierebbe idea.

arifer.77@libero.it

LUI

Mesi di lavoro e preoccupazioni. Ce ne saranno tanti anche in futuro ma questo fine settimana no: almeno due giorni sono i nostri. Andiamo sul sicuro: Venezia. Ma è scontata, dai, piena di gente, americani e cinesi che non capiscono un’acca. E poi ci siamo già stati tante volte, si fa fatica a muoversi e la zona di Rialto e San Marco è così stipata di negozi di cianfrusaglie e pizza al taglio che potrebbe essere Hong Kong o Buenos Aires, altro che la laguna. Va be’, Venezia. Il preludio che ti regala il treno è il Petrolchimico di Porto Marghera, speriamo passi in fretta… poi però esci a Santa Lucia e quella sensazione che credevi irripetibile ti investe ancora una volta: che luogo pazzesco. Iniziamo a camminare e resistiamo alla tentazione di girare subito verso Cannaregio, luogo del cuore: stavolta attraversiamo tutta la città, anche dove sembra Napoli. Alla fine ci perdiamo a Castello, il sestiere più remoto e meno frequentato salvo quando c’è la Biennale, forse il più venesiàn, dove c’è l’Arsenale ossia la natura più intima e arcaica (e perduta) di Venezia. Siamo in via Garibaldi, l’unica “via” di Venezia tra mille calli, campielli, rii e fondamenta. Ora abbiamo fame: ci sediamo in un bàcaro pieno di gente, un sottile odore di pesce e di cipolla nell’aria fresca del pomeriggio autunnale. Quando è il nostro turno un cicchetto tiepido con una strepitosa soppressa e carciofini e un’ombra di Merlot veneto distruggono ogni remora residua: Venezia ha vinto anche stavolta.

andrea.rovati.broni@gmail.com

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