Raul Soldi, il pittore diventato un aggettivo

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Figlio di emigranti (la mamma era di Pinceto, frazione di Isola del Cantone), nacque in Argentina ma studiò in Italia e dalle Valle Scrivia prese avvio la sua carriera artistica. Suo è l’affresco della cupola del teatro “Colón” di Buenos Aires

L’autunno è stagione di nostalgia, anche di tempi che non abbiamo vissuto. Luci e colori mescolano toni accesi e velature, i silenzi si dilatano, e perfino vallate già quiete come quella di Borlasca si aprono a più lunghe suggestioni. Quale momento dell’anno portavano nel cuore gli emigranti che, un secolo fa, affrontavano l’oceano e un intero mondo ignoto, partendo da questi boschi, da questo sguardo circoscritto, per le terre argentine e i loro orizzonti inafferrabili? Non possiamo saperlo, ma, tra partenze e ritorni, c’è un ricordo: una donna che rivide con qualche stupore il paesino dove era nata, e suo figlio, che vi aveva trascorso un periodo, il quale, tornando anni dopo fra case trasformate e cambiamenti, disse che solo tra il fondo ombroso degli alberi, fra il muschio e i sassi, in certe improvvise cadute di un raggio di sole tra i rami, poteva riconoscere davvero un luogo che sentiva appartenergli in profondità.

Questa riflessione, tuttavia, appartiene a un artista tra i più noti del Novecento argentino: Raul Soldi, autore, fra le altre cose, del travolgente affresco della cupola del teatro “Colón” di Buenos Aires, e di una struggente cappella della basilica dell’Annunciazione a Nazareth. Ma, per raccontare la sua storia di pittura e legame con i luoghi, dobbiamo fare un passo indietro.

Incontriamo una ragazza, i capelli raccolti e lo scialle come tante coetanee agli albori del ventesimo secolo: è giovane, ormai sola dopo la morte del padre e l’emigrazione dei parenti più stretti, e la paura dell’ignoto non la sgomenta quanto il pensiero di un futuro senza promesse nella frazione di Pinceto, con i giorni scanditi da vento e durezza di lavori contadini. Come tanti prima e dopo di lei, chiede aiuto a un compaesano informato per ottenere i documenti, cede qualche terreno, e si imbarca con poche cose e molti interrogativi. Su quella nave, però, viaggiano anche il caso e i musicisti di un’orchestra cremonese, pronti a suonare in tournée per il pubblico sudamericano.

Tra questi, un giovane violinista: un mondo intero e un fato inesorabile sembrano dividere i due ragazzi, e invece, contro ogni prevedibilità, si innamorano, e il loro sogno americano diventa a due. L’orchestrale non suonerà nei teatri che aveva immaginato, per poi tornare carico di racconti di musica, applausi e avventura. Scenderà dalla nave pronto a sposare la ragazza cresciuta nel paesino. Gli inizi della loro vita insieme non saranno facili, nonostante un tocco bohemienne che affascina: l’unico alloggio che riescono ad avere è nei sotterranei del teatro “Politeama”. Presto, nel 1905, viene al mondo un figlio, quel Raul che la cupola del nuovo teatro “Colon” affrescherà. Il bambino cresce tra i racconti di una campagna che non conosce, una precoce passione per il disegno, il fascino di una platea vuota sulla quale filtra una lama di luce che attraversa uno spiraglio del sipario. Passano gli anni, Raul è ormai un ragazzo, le condizioni economiche della famiglia sono un po’ migliorate, e si prospetta un soggiorno italiano al paese materno.

Un lungo viaggio per mare, poi il tragitto in treno fino ad Arquata, infine la ricerca di un passaggio per salire tra i boschi: questo è il percorso con cui Raul Soldi, appena ragazzo, va incontro al suo destino. La sua passione artistica sboccia lontano dalla grande città, fra le tortuose mulattiere impolverate e le case spartane sferzate dalla tramontana. La famiglia, poiché le proprietà a Pinceto erano state vendute, viene ospitata da parenti a Borlasca. Qui, nella chiesa parrocchiale, sono al lavoro alcuni decoratori che si occupano dei fregi. Raul osserva, poi riesce ad aiutarli. E prende coraggio, tanto da domandare al parroco il permesso di dipingere la figura di san Fermo sopra la porta dell’omonima cappella di Pinceto.

Il sacerdote è dubbioso, ma il giovanissimo artista lo convince con un pizzico di senso pratico: gli dice che se il risultato non sarà soddisfacente, a cancellarlo basterà una veloce mano di bianco. Quel dipinto, invece, entra nel cuore del paese. Purtroppo oggi non resta che un bozzetto. Negli anni Ottanta, con fatale disinvoltura, fu ricoperto con una nuova raffigurazione poiché sbiadito.

Raul prende sempre più coscienza di sé come pittore, possiamo immaginarlo come un ragazzo che, in quello che doveva essere un soggiorno incentrato sul passato e i ricordi materni, vede aprirsi la strada del futuro. Quel ritorno diventa la sua partenza: traduce in un dipinto, di taglio accademico ma intenso, anche il desiderio di sua madre di fare un dono alla chiesa locale. Per questa occasione dipinge un “Ecce Homo”, e si concede un piccolo vezzo stilistico: la sua firma è parzialmente celata tra i capelli del Cristo. Nel frattempo, accumula numerosi schizzi del paesaggio collinare, dei boschi, delle rustiche case. Si cimenta anche con la ritrattistica, con qualche piccola complicazione da commedia, poiché la bambina potenzialmente sua modella prediletta odia posare e fugge e si nasconde, con sgomento della famiglia fiera della figliola con le trecce bionde e gli occhi azzurri.

Negli anni seguenti, e fino al definitivo ritorno in Argentina nel 1932, Raul Soldi compirà in Italia anche i suoi studi e le prime esperienze artistiche ufficiali: Brera, la vicinanza coi Chiaristi lombardi, la frequentazione della galleria Il Milione nella cerchia di Aligi Sassu e Giacomo Manzú. Tornato a Buenos Aires, vive una esplosione creativa che corrisponde a una fama crescente. Dal 1940, secondo i critici, sviluppa il suo periodo più felice sul piano pittorico. Ritrae figure di circensi e girovaghi, di musicanti e acrobati, immersi in luci morbide e colori soffusi.

Come Fellini con la sua nota frase, anche Raul Soldi diventa un aggettivo: “soldinas” si dice di cose sognanti e vagamente nostalgiche. L’apice sarà proprio la cupola del teatro.

Curiosamente, però, uno dei momenti più alti della carriera di Soldi tornerà a riguardare un paesino, Glew, descritto come simile a tanti altri villaggi della campagna argentina, e una piccola chiesa al cui parroco l’artista chiede il permesso per affrescare le pareti. Nasce così un importante ciclo pittorico, e perfino il cronista di un rotocalco coglie un rimando a una vecchia cappella italiana, e sale a Pinceto per un reportage.

Anche Raul Soldi era tornato su queste colline, cogliendo la trasformazione inarrestabile e, nel contempo, certe segrete immutabilità, tutte sfumature di nostalgia. Un giornale ipotizza che Soldi affreschi le sue figure anche quassù, e che Pinceto divenga meta per chi ama l’arte contemporanea. Il progetto non va oltre l’idea. Raul Soldi muore, celeberrimo, a 89 anni.

La sua storia rimane eccezionale e insieme filo di quel velo invisibile di vicissitudini che ammanta i boschi appenninici da cui partivano gli emigranti.

Patrizia Ferrando

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