Liberi di lasciarsi amare

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di Maria Pia e Gianni Mussini

L’altra sera davanti alla TV, un po’ stanchi. Per queste occasioni Gianni tiene in serbo un film adatto anche alla moglie che, come noto, disdegna la televisione e, quanto a film, li vorrebbe non violenti, con un messaggio positivo e senza scene spinte.

La scelta è stata azzeccatissima: il francese Intouchables (2011), registi Olivier Nakache e Éric Toledano, attori protagonisti François Cluzet e Omar Sy. In italiano il titolo è reso da un Quasi amici che tradisce lo spirito della pellicola, che nell’originale allude infatti ai paria, appunto gli “intoccabili”dei ceti più bassi dell’India.

E due paria sono in un certo senso entrambi i protagonisti: il miliardario corso Philippe Pozzo di Borgo, che vive in un lussuoso palazzo parigino, ha perduto l’amatissima moglie ed è tetraplegico per un incidente con il parapendio; e il suo assistente e badante di origine senegalese Driss, un disadattato uscito di prigione che ha però il duplice merito di non assumere mai nei confronti di Philippe un atteggiamento pietistico e di metterlo sempre di fronte alla realtà delle cose, dissacrando uno dopo l’altro i miti della sua insulsa vita borghese.

Ne deriva una sorta di reciproco percorso di formazione, in cui ciascuno riconosce se stesso nello sguardo dell’altro. Driss, bene o male, impara le regole del saper vivere sino a diventare un bravo imprenditore; dal canto suo, Philippe conosce aspetti della realtà che non aveva mai neppure sfiorato, ritrovando il gusto della vita e persino l’amore per una donna. Ma soprattutto, tra i due si instaura un vero rapporto familiare, ben al di là di quello di lavoro. Come a dire che non si è mai soli se ci si apre al prossimo senza arrendersi al dolore e alla noia.

Il film si ispira a un libro autobiografico dello stesso Philippe, in cui c’è un’unica variante: l’assistente non si chiama Driss ma Abdel e non è senegalese ma algerino. Per non essere da meno, anche Abdel ha scritto un libro, parlandone su “Avvenire” con parole che spiegano mirabilmente tutta la storia: “Lui sembrava condannato all’immobilità, io alla galera. Invece insieme abbiamo ribaltato le cose: io con l’incoscienza dei miei vent’anni l’ho costretto a uscire di casa, gli sono stato complice in stravaganti esperienze, lui ha fatto di me un uomo vero, è stato la mia coscienza, mi ha dato un futuro”. Da sottolineare la parola “insieme”, che dice tutto e ha un buon sentore di famiglia.

Non sorprende che questo film sia stato per diversi anni il film francese più visto al mondo. E neppure sorprende che Philippe sia uno dei più fieri oppositori a ogni forma di eutanasia, avendo sperimentato sulla propria pelle la verità delle parole dell’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit: «La soluzione davanti alla sofferenza non è uccidere la persona, ma alleviare la sofferenza e accompagnarla». Perché “la vera libertà è quella di lasciarsi amare”.

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