Lei bella e impassibile

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di Maria Pia e Gianni Mussini

Stavolta tocca a me. Come vi ha spiegato la gentil consorte, l’altra settimana ho fatto un vero tour de France – dalla Maginot alla Normandia, da La Rochelle a Lione – con il gruppo del concorso “Il tempo della Storia”, costituito dai 42 studenti vincitori insieme ad alcuni ex vincitori sotto la guida del professor Bruno Ziglioli, presidente dell’Associazione, e dell’inventore dell’evento Antonio Sacchi.

Tra gli accompagnatori anche Vittorio Poma, docente e politico ben noto, la professoressa Rosanna Tessitore e – in veste di giullare – il sottoscritto.

Tutto bene. In particolare i ragazzi, freschi e motivatissimi. Con i quali si è subito innescato – specie nel microcosmo del pullman – quell’“umorismo fatto di niente” di cui abbiamo qui già una volta parlato. Un umorismo che, mescolando citazioni da Thomas Mann o Stefan Zweig con boutade alla Frassica (meglio “alla Gianni Mussini”) trasforma il viaggio in un impegno durissimo sì ma lieto, in cui non pesano le levatacce all’alba, spesso dopo conferenze e dibattiti che finiscono a tarda sera.

Da parte mia, ho subito ritrovato il non resistibile fascino dei “punti lecca lecca”, attribuiti ai ragazzi protagonisti di atteggiamenti ossequiosi nei miei riguardi. Ma l’ossequio non deve essere ostentato o servile; richiede invece una vera e propria arte, insieme ironica e autoironica. Per esempio, una volta che ho detto di certi oggetti che costavano un tot “cadauno”, scandendo bene cada e uno, mi sono visto mezzo pullman buttarsi in terra…

Alla fine premi per tutti, con tanto di diplomi con effigie di Kennedy pronunciante “Ich bin ein Lekkiner” (anziché Berliner…) o di Einstein che mostra la lingua, e l’assegnazione di premi speciali come l’“Alessio Interminelli da Lucca” (il personaggio dantesco che di lusinghe non ebbe “mai la lingua stucca”). E trionfale distribuzione – anche ad autista e guida – di lecca lecca e chupa chups.

E la Popa? Vi ha già detto lei dei messaggini in rima che ci siamo scambiati e della sua struggente nostalgia (?) del marito. Al ritorno, sceso dal pullman, l’ho trovata bella e impassibile (con la A) ma non me la sono presa neanche un po’. So che devo coglierla di sorpresa se voglio che liberi il suo affetto e persino il suo entusiasmo (capita, capita…). Altrimenti cala una saracinesca da signorina Rottenmeier: sì, proprio l’inflessibile governante di Heidi nel relativo romanzo cartone animato.

Ma io penso soprattutto alla manzoniana Lucia Mondella, che alla fine dei Promessi sposi, quando ritrova Renzo dopo le note vicissitudini, gli dice semplicemente: “Vi saluto: come state?”. Don Lisander, che la sapeva lunga, aggiunge che Renzo “intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia”, la quale “aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un’altra per tutta la gente che potesse conoscere”. Appunto…

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