«L’antifascismo oggi è la democrazia»

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Ricordando Virginio Rognoni. Dai colleghi della politica all’orgoglio ghisleriano

Il 20 settembre si è spento a Pavia Virginio Rognoni. Molti i messaggi giunti in Redazione per ricordare la figura del politico pavese. Tra tutti abbiamo scelto quello dell’onorevole Paolo Affronti e, per comprendere la formazione e la lezione di Rognoni, il ricordo apparso sul sito del Collegio Ghislieri, di cui era stato alunno.

“Scompare con Virginio Rognoni – ha scritto Affronti – uno dei protagonisti degli anni più difficili della Repubblica. Difficili per la politica, per le istituzioni e per i cittadini insidiati dalla minaccia di un terrorismo determinato a destabilizzare il Paese. Ricordo quando il segretario DC Benigno Zaccagnini (Aldo Moro sequestrato dalle BR) maturò a Pavia al teatro “Fraschini” – in una serata affollata piena di tensioni, con un pubblico preoccupato ma disposto a reagire alla minaccia delle BR – la convinzione di nominare l’onorevole Rognoni ministro degli Interni. Un compito che lui svolse da politico esperto in un clima non facile, dimostrando coraggio, competenza e determinazione. Conobbi Rognoni nella campagna elettorale del ’68 e approfondii la sua conoscenza nelle riunioni, a volte molto vivaci, del Comitato provinciale DC in via Foppa. I suoi interventi erano sempre di grande livello e pur con la necessaria concretezza, erano sempre una lezione politica. Frequenti i contatti alla fine degli anni ’80 quando io segretario del ministro Donat-Cattin e lui autorevole ministro della Giustizia accettava il mio invito a partecipare ai convegni politici di Saint Vincent promossi dal gruppo di Forze Nuove. La sua conoscenza e il rapporto amichevole per me erano motivi di grande gratificazione. Ricordo infine che a suggello della frequentazione di tanti anni, partecipai alla Motonautica di Pavia, su suo invito, ai festeggiamenti per i suoi 90 anni. Oggi c’è grande rimpianto per la sua scomparsa e la certezza che la sua figura non potrà essere dimenticata. Il suo impegno deve essere di esempio per i politici di oggi”.

Questa, invece, la commemorazione ghisleriana.

«La politica è una professione», esordiva Virginio Rognoni nell’ottobre del 2015, ricevendo nell’Aula Magna del Collegio il Premio Ghislieri alla carriera. «È necessario domandarsi se ancora oggi la politica, nel suo incessante proporsi, non selezioni una classe, un ceto, che poi la pubblica opinione nel tempo, meglio di qualsiasi altro agente, giudica, accetta, liquida o respinge. Vi sono ragioni oggettive che possono giustificare l’elogio della politica e, per contro, il biasimo nei confronti dell’antipolitica».

Questo elogio dalla politica nasceva dalla sua diretta esperienza nelle istituzioni, vissuta come impegno civile che si collocava in una lunga tradizione ghisleriana. Un impegno iniziato formalmente nel 1968, come deputato per la Democrazia Cristiana, sedendo alla Camera per sette legislature, fino al 1994. Nel corso degli anni, Virginio Rognoni ha ricoperto rilevantissimi ruoli nell’esecutivo: Ministro dell’Interno dal 1978 al 1983, Ministro di Grazia e Giustizia fra il 1986 e il 1987, Ministro della Difesa dal 1990 al 1992. Dal 2002 al 2009 è stato Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Alla sua attività al Viminale si deve, fra l’altro, la storica smilitarizzazione della Polizia di Stato, una riforma del cui successo Rognoni si diceva tuttora particolarmente fiero.

L’impegno politico di Rognoni non si è però esaurito nel solo agone parlamentare e governativo. Si è anzi distinto per un continuo richiamo a valori che l’esperienza antifascista giovanile aveva fortemente radicato in lui. Pochissimi mesi fa, intervenendo a una celebrazione locale per il 25 aprile, dinanzi a una platea di giovani aveva ribadito che «l’antifascismo che noi celebriamo oggi è la democrazia; la democrazia trova nell’antifascismo un sostegno, una sorta di ossigeno». Fra i suoi numerosi interventi riguardo all’attualità politica e giuridica dell’Italia, segnaliamo una interessante considerazione riguardo all’autonomia della magistratura ospitata, come molti suoi scritti, dal Corriere della Sera.

Fortissimo il legame fra Rognoni e la sua città. Pur nato a Corsico, a Pavia ha frequentato il Liceo Classico “Ugo Foscolo”, lì si è laureato come Alunno del Collegio Ghislieri, e lì ha ottenuto – dopo la parentesi a Yale per la borsa Fulbright – la cattedra di Istituzioni di Diritto processuale presso il locale ateneo. Per otto anni ha ricoperto la carica di consigliere comunale. E a Pavia aveva conosciuto la moglie Giancarla Landriscina, scomparsa dopo quasi sessant’anni di matrimonio e madre dei suoi quattro figli, attorno ai quali si stringe l’intera comunità del Ghislieri.

«Il solo nome del Collegio mi comunica tutta la storia che in queste mura è passata, e i ragazzi e i maestri che in queste mura hanno abitato», raccontava Rognoni ricordando di essere entrato in Ghislieri nel novembre del 1946, studente del quart’anno di giurisprudenza: il suo libretto recitava come data di immatricolazione proprio l’8 settembre 1943, ma i primi anni da collegiale erano stati impediti dalla seconda guerra mondiale. «Furono anni formidabili per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo. Tutta questa storia forte non rimaneva fuori dal Collegio. Se ne facevano veicolo gli studenti e ciascuno la interpretava, la viveva, la raccontava a modo suo, secondo i valori di riferimento che aveva, all’interno di una comunità di studio di valore scientifico plurisecolare».

L’esperienza ghisleriana, insisteva Rognoni, non è affatto estranea all’elogio della politica e alla bussola seguita nel corso dei tanti anni dedicati alle istituzioni: «Esiste infatti uno spirito ghisleriano, formatosi e collaudato nel tempo; una sorta di cifra identitaria che connota il clima della comunità ghisleriana: la ‘vis polemica scanzonata e dissacratoria’, di cui ha parlato Arturo Colombo, e di cui mi è parso sempre vittima il potere, qualunque esso sia, ovunque si collochi, quando si ostenta e diventa arroganza».

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