La parte migliore

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di Silvia Malaspina

L’Afghanistan è ormai un Paese maschile, barbuto, monocromo e privo di sorrisi. Le donne non possono lavorare, non possono uscire di casa se non accompagnate da un familiare maschio, devono indossare il burka e accontentarsi di vedere il mondo attraverso la griglia di stoffa che cela gli occhi.

Nei giorni precedenti l’insediamento del nuovo Governo, poche decine di donne sono scese in piazza a Kabul per chiedere il riconoscimento dei diritti più elementari: colui che è poi divenuto il ministro della Cultura, Zabiullah Mujahid, ha così giustificato la repressione delle proteste: «Queste manifestazioni sono troppo impazienti e troppo scalmanate. Non ci saranno donne ministro perché lo vieta la Sharia: una donna non può ricoprire incarichi di prestigio».

Ha poi aggiustato il tiro, aggiungendo che le ragazze potranno continuare a studiare, ma dovranno farlo separatamente dai maschi, istruite solo da insegnanti donne, vestite «con decenza»; inoltre, nelle scuole saranno previste entrate ed uscite scaglionate e divise per maschi e femmine.

A noi donne occidentali sembra di assistere a un brutto film per il quale auspichiamo un lieto fine che verosimilmente, purtroppo, non sarà previsto per le afghane: molte professioniste sono fuggite all’estero per paura di sanguinarie vendette da parte dei talebani. L’imprenditrice Laila Haidani vive nascosta alla periferia di Kabul e denuncia che il regime sta portando avanti una spietata caccia alle attiviste, alle giornaliste, alle imprenditrici e in generale a tutte le donne che abbiano criticato il nuovo Governo. A ciò si aggiungono efferati femminicidi che restano serenamente impuniti: a Zahira, una ragazza di 20 anni, è stato riservato un proiettile di pistola in mezzo alla fronte perché indossava un paio di jeans, mentre Banu Negar, poliziotta incinta di otto mesi, è stata uccisa nella sua abitazione a colpi di kalashnikov.

In Italia, a Riva del Garda, l’Esercito ha attivato una base logistica per i profughi afghani: le testimonianze delle donne (tutte sotto falso nome per timore di ritorsioni verso i familiari in patria) sono agghiaccianti, come quella di Nilofar, una ginecologa che ad Herat lavorava presso un Centro di prevenzione e cura del tumore al seno. È riuscita a mettersi in salvo con la madre e la sorella e trema al pensiero che, se fosse rimasta, sarebbe stata costretta a un matrimonio combinato con un Mullah. Ora, sentendosi al sicuro, è tornata a sognare e vorrebbe riprendere al più presto a fare la dottoressa in Italia o in un altro Paese europeo.

Ed è proprio questo che noi occidentali siamo chiamati a fare: restituire i sogni a queste donne dall’esistenza spezzata, come esse stesse invocano a gran voce: «Se il mondo non ci salverà, i talebani annienteranno la parte migliore dell’Afghanistan. Questa volta ci riusciranno».

silviamalaspina@libero.it

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