In alto i mestoli!

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di Silvia Malaspina

Ho letto un articolo che narra la vicenda di Isa Mazzocchi, vincitrice del premio Michelin Chef Donna 2021: firma ogni sua creazione con un puntino bianco, cioè una goccia di latte, che a volte risulta impercettibile, perché si perde nel candore della porcellana del piatto. Mi ha colpito questa particolarità, finalizzata, come la stessa chef afferma, a ribadire che il primo alimento di tutti noi è stato il latte e che «quel puntino bianco è un segno per non dimenticare le nostre radici: tutti siamo indifferentemente ed indissolubilmente legati alla figura materna».

Da questa apparentemente lapalissiana enunciazione deriva l’orgogliosa rivendicazione di una cucina femminile e femminista: femminile perché si prende cura dei commensali, femminista perché tesa a rivendicare la millenaria predominanza delle donne in cucina.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva colonizzazione da parte degli uomini di quello che da tempo immemore è stato considerato il regno incontrastato di noi signore: schiere di chef, variamente stellati, blasonati, crudelmente presuntuosi, bellocci o fisicamente imponenti, hanno fatto capolino dalla TV e dai vari social, dettando legge in materia di novelle cusine, fusion cusine, finger food e tutte le altre infinite declinazioni sulle prodigiose preparazioni degli alimenti.

In questo tourbillon di testosterone culinario le donne paiono essere scomparse, o tutt’al più relegate al ruolo di aiutanti del grande chef che impera, novello Re Sole, su una schiera di adoranti ed umili ausiliari. Pare pertanto che in cucina si rifletta il malcostume di impiegare le donne esclusivamente in ruoli secondari, riservando il vertice della piramide gerarchica a un uomo.

Nell’era pre-Covid mi capitò di consumare una cena presso il ristorante (“Osteria” come con finta modestia l’intitolò il proprietario) di una di queste divinità dei fornelli: verso la fine del pasto il Sommo Chef si è materializzato in sala, ha compiuto con artificiosa nonchalance il giro dei tavoli, ponendo il pleonastico quesito sull’apprezzamento delle proprie creazioni, raccogliendo consensi ammirati ed entusiasti al pari di una navigata rock star e mandando in deliquio le signore presenti, ammaliate, più che dalle succulente ricette, dall’indiscusso fascino di ascendenza siculo-normanna da lui emanato. Mi sono quindi chiesta se i commensali presenti (me compresa) fossero stati disposti a investire una considerevole cifra per gustare sapori indimenticabili o per vedere da vicino e scambiare due insulse chiacchiere con la star culinaria dai fiammeggianti occhi cerulei.

La realtà, come rivendica Isa Mazzocchi, è ben diversa: gli istituti alberghieri e le cucine sono popolati da donne desiderose di imparare e impazienti di misurarsi con le infinite articolazioni dell’arte culinaria, ma «a furia di ripeterti che non ci sono donne in cucina, finisci per crederci e per mollare. È vero che ci sono poche donne chef, ma il 21% di esse si trova in Italia»: quindi, ragazze, in alto i mestoli e riprendiamoci ciò che è nostro per natura!

silviamalaspina@libero.it

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