I vescovi principi di Cambiò

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Quel feudo di Lomellina dal quale l’episcopato tortonese ricevette grande lustro ma non i benefici economici sperati ad eccezione del diritto di pesca dello storione e della signoria sulle “isole”

Il 9 gennaio 1784 terminava il secolare dominio del vescovo di Tortona sulle terre del Vescovato. Mons. Carlo Maurizio Pejretti cedette al regio patrimonio del regno di Sardegna tutti i diritti relativi alle 15 località che, a quei tempi, costituivano il Vescovato, così come erano da sempre state esercitate dalla Mensa Vescovile di Tortona; ugualmente furono ceduti i diritti esercitati su metà di Fabbrica in val Curone e sul feudo di Sorli, Borghetto e Vignole.

Mons. Carlo Maurizio Pejretti

In cambio il vescovo di Tortona riceveva l’infeudazione perpetua del feudo di Campo Beato o Cambiò in Lomellina, con tutti i diritti di pesca e pedaggio sul Po annessi, elevato in quell’occasione a dignità di Principato. Si trattava dell’antico territorio di Sparvara, indicato fin dal secolo X come estremo confine settentrionale della diocesi tortonese, che nella seconda metà del settecento, all’estinguersi degli storici feudatari i Conti di Lomello, era passato all’ospedale San Matteo di Pavia.

Il marchesato di Albera

Dalla risoluzione del 1784 restava escluso il marchesato di Albera, del cui titolo i vescovi tortonesi si fregiarono fino al 27 giugno 1797, quando un decreto napoleonico mise fine al sistema feudale in Italia. Albera era una signoria pontificia creatasi nel secolo XI-XII coi beni della distrutta abbazia di Santa Maria di Vendersi, fondata dal Re longobardo Liutrpando nel 712. I beni di Vendersi vennero assegnati alla Chiesa tortonese fin dal X secolo, durante l’episcopato di Giselprando, da Re Ugo di Provenza e successivamente confermati da diplomi imperiali e bolle pontificie. Tuttavia diversi documenti pontifici fanno supporre che la feudalità sulla signoria di Albera fosse detenuta dai prevosti del luogo e non dai vescovi di Tortona, come pure si evince da una serie di documenti d’infeudazione dei prevosti-feudatari. Tuttavia nel secolo XVI i vescovi della famiglia Gambara si fregiarono del titolo di marchese di Albera, forse arbitrariamente; il titolo fu ripreso dal vescovo Carlo Settala (1653-1682) e in seguito portato da tutti i suoi successori.

Albera Ligure

I Principi di Cambiò

Dal Principato di Cambiò i vescovi di Tortona ebbero certamente grande lustro, a motivo dell’alto titolo, ma non ricevettero i benefici economici sperati. Il principale provento del feudo fu il diritto di esigere il pedaggio su “ogni roba” che transitasse lungo il Po nel tratto tra la foce del Tanaro e quella dell’Agogna, in un’epoca in cui le vie d’acqua del bacino padano – il Po e i suoi affluenti insieme alla rete dei navigli artificiali – costituivano la principale via commerciale del nord Italia. Un fitto commercio interessava Torino, capitale sabauda, e il porto di Venezia, per cui ogni chiatta che scendeva o risaliva il Po doveva soggiacere alle gabelle del vescovo-principe. All’entrata nelle acque del Principato erano collocati gli sbarramenti di dogana, dove i famigli d’arme e i fiscali esigevano il dovuto; spesso approfittando della corrente i navigli che scendevano lungo il Po forzavano con successo le dogane principesche, evitando i pedaggi, mentre vi incappavano senza scampo coloro che dovevano risalire il fiume contro corrente.

Tuttavia il lucroso cespite durò molto poco, perché il 27 luglio 1797 venne abolito in tutto lo stato sabaudo durante l’occupazione delle armate francesi e mai più ripristinato.

Di fatto i vescovi-principi ne godettero per soli tredici anni.

Lo storione, esemplare che vive nelle acque del Po

Il diritto di pesca

Altro diritto feudale legato al feudo di Cambiò era il diritto di pesca che veniva dato in appalto in un’asta pubblica annuale.

Il diritto riguardava un buon tratto del Po dalla “sboccatura” del Tanaro, sulla sponda meridionale nei pressi di Bassignana, alla “sboccatura” dell’Agogna sulla sponda settentrionale a valle di Mezzana Bigli, in cui confluivano anche le acque dello Scrivia e del Curone dagli Appennini.

La concessione del diritto di pesca avveniva nel palazzo vescovile con la solennità di una vera e propria investitura e richiedeva la presenza di un fiduciario, residente in Tortona, che garantisse coi suoi beni un’eventuale insolvenza di chi si giudicava l’appalto.

Unico diritto che il vescovo-principe si riservava, relativamente alla pesca, era quello di garantirsi – pagandoli un prezzo stabilito – tutti gli storioni e le “porcellette” pescati nelle acque del Principato; col nome “por celletta” veniva indicato un piccolo storione giovane che raggiungeva il peso di qualche decina di kilogrammi, nulla al confronto dei due e più quintali di un esemplare adulto. I ricettari dell’epoca riportavano che lo storione, per il suo prezzo e la sua rarità, non compariva sovente nemmeno sulla tavola dei sovrani; veniva servito allo spiedo, lardellato di acciughe e di anguille, innaffiato con una marinata al sugo di gamberi. Per questo la tavola del vescovo-principe divenne rinomata in tutta Europa, anche se per la provvigione degli storioni veniva speso quasi l’intero provento della concessione dei diritti di pesca; infatti gli storioni dovevano arrivare vivi fino alle cucine vescovili, per non perdere la fragranza delle carni, e si dovevano pertanto approntare particolari carri, le “navasse”, usati anche per la vendemmia che, colmati d’acqua, permettessero al pesce di sopravvivere fino alla macellazione.

Memorabile e costosissimo fu il dono di uno storione di tre quintali che il vescovo-principe Pejretti inviò a Torino al Re Vittorio Amedeo III.

Signore delle isole

Un altro strano diritto del vescovo-principe era la signoria su tutte le isole che il Po, con le sue bizzarrie, avesse creato nel tratto di competenza del Principato. Non era cosa da poco, perché il Po, non ancora incanalato e costretto negli argini, si prendeva la libertà di salire o scendere per alcuni kilometri col suo corso, resecando terre sia alla sponda meridionale sia a quella settentrionale, che venivano così trasformate in isole dai cosiddetti “bracci di Po”.

Queste “nuove terre”, spesso indicate col termine di “mezzane”, toponimo rimasto ancora in diversi borghi rivieraschi, andavano ad ingrandire il territorio del Principato, salvo poi essere inghiottite dopo alcuni decenni dalle acque del fiume che le aveva create.

Erano particolarmente appetibili per via della pescosità delle lanche spesso presenti accanto ad esse e per l’estrazione di sabbia e ghiaia.

Lo stesso Principato divenne un’isola nel 1890 e pian piano il suo territorio venne eroso dalle acque, crollò la chiesa parrocchiale, prima l’abside e poi la facciata; infine il 24 aprile 1892 una piena del Po inghiottì quel che restava del feudo.

Al vescovo-principe restò solo il titolo e la spada che brandiva nel solenne ingresso in diocesi cavalcando una mula bianca.

Maurizio Ceriani

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