Fatti, non parole

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di Silvia Malaspina e Carolina Mangiarotti

Il 9 ottobre è stata presentata l’edizione 2022 del Vocabolario Treccani, “Il” vocabolario della lingua italiana, nella quale viene introdotta una rivoluzione: la lemmatizzazione delle forme femminili di nomi e aggettivi tradizionalmente registrati solo al maschile. Avremo così “architetta, notaia, soldata, medica”, inoltre i nomi e aggettivi femminili precederanno quelli maschili: se cercheremo sul dizionario l’aggettivo “bello” troveremo “bella, bello – aggettivo f./m. sing.”

Questa innovazione è sottesa a promuovere l’inclusività e la parità di genere. Ma ne avevamo davvero bisogno?

La sociolinguista Vera Gheno, dalle pagine di un noto settimanale femminile (si potrà ancora definire così o apparirà discriminatorio?) sancisce, lapidaria: “Sì, perché noi esseri umani abbiamo la necessità di nominare la realtà per poterla rendere raccontabile… le parole non sono solo parole, ma diventano etichette che, se ci aiutano a comprendere il mondo, rischiano anche di escludere, stigmatizzare, ferire, far scomparire”. E Beatrice Cristalli, linguista, rincara la dose: “La scelta della Treccani è un punto da cui partire, poiché siamo ancora ben lontani dal percepire le donne sullo stesso livello degli uomini”.

Tutto vero, tutto giusto, ma a noi pare una innovazione che, in certi casi, si rivela anti estetica: alcuni termini, se declinati al femminile, stridono come unghie su una lavagna: «Allora d’ora in avanti dovremo dire “vado dalla medica”? Ma esisteva già “dottoressa”: non piace più? Oppure “alla manifestazione è intervenuta l’assessora allo sport”, “l’architetta non mi ha consegnato il progetto”? Non si può sentire!» «Sono d’accordo: pensavo però che a voi giovani queste innovazioni piacessero. Io credo che non riuscirò a metabolizzare né questa novità, né quell’altra, a mio parere raccapricciante, di inserire l’asterisco per abolire i suffissi maschili o femminili dei termini, al fine di non discriminare chi non si riconosce nel binarismo di genere. Credo che il rispetto e l’inclusività si raggiungano attraverso altri gesti, ben più concreti di questo. Mi sembra che stiamo snaturando la nostra lingua, già tanto vilipesa!» «Voglio proprio vedere in quanti utilizzeranno termini come “chirurga” o “giudichessa”! Gli esperti sostengono che sia normale questo processo, perché la lingua non è un fossile, ma un’entità in trasformazione. Non poteva essere una trasformazione che suonasse un po’ meglio?»

«Sarò antica, ma ritengo che siano i fatti a discriminare e a disconoscere il valore delle persone, pertanto concordo con Shakespeare: che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?»

silviamalaspina@libero.it

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