Facebook, ormai sei vecchio

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Di Ennio Chiodi

Correva l’anno 2004 nella stanza del dormitorio della Harvard University, quando un gruppo di studenti diede vita a quello che sarebbe diventato il social network, la rete sociale online, più frequentata al mondo (oggi 2,7 miliardi di utenti attivi mensili), capace di muovere somme gigantesche per scambi commerciali in tutto il pianeta e di assicurare a gestori e fondatori guadagni inimmaginabili per i comuni mortali. Quando Mark Zuckerberg diede sostanza alle idee e ai progetti di altri studenti e fece nascere ufficialmente Facebook, aveva 20 anni. Oggi ne ha 40, ma la sua creatura – che ne ha quindi appena 20 – ne dimostra molti più del suo fondatore. Invecchiamento precoce si direbbe, anche tenendo conto dei tempi rapidissimi di trasformazione delle attuali tecnologie: ha perso di appeal, non appare più così veloce e scattante, spesso si distrae e ti abbandona. Non frequenta più i ragazzi di un tempo, ma sembra dedicarsi a un pubblico di “amici” sempre più anziano. In realtà ancora oggi la maggior parte degli utenti è compresa nella fascia 18-45 anni, quella – guarda caso – più attraente per chi opera nell’e-commerce. Gli utenti dai 45 anni in su sono attorno al 37/38% mentre gli over 65 sono solo il 12/13%. Non è tanto l’età reale, infatti, che fa pensare all’appesantimento del caro, vecchio social-network, ma l’età percepita, sua e dei suoi frequentatori. Si dice che – di questi tempi– i giovani fino ai 35 anni non vedono più la “televisione”, ma guardano piuttosto un “televisore”, uno schermo, che ospita i contenuti più diversi. Oggi si sostiene che i più giovani sappiano a mala pena cosa sia Facebook. Tutti emigrati: su Instagram – che li ha sedotti con le foto e conquistati con le storie – e soprattutto su Tik Tok, la risposta di Pechino ai network occidentali, dilagante dalle nostre parti, ma rigorosamente sotto controllo in Cina. Intuitivo e facilissimo da usare, libera i nostri ragazzi dall’obbligo di leggere e scrivere, portandoli a comunicare e a raccontarsi storie interloquendo tra loro direttamente e scambiando contenuti attraverso brevi video. Rischiano di assuefarsi a una sorta di droga social di cui non possono fare a meno, ma non sanno cosa farsene dei nostri like su commenti, fotografie, foto di viaggio, cortesi “buongiorno” fotografici. Per non parlare dei lunghi sfoghi narcisistici di giornalisti in erba o già in pensione e di mancati critici, convinti che il pubblico della rete non possa rinunciare a seguire con passione le loro intuizioni e le loro preferenze. Chi è senza peccato…

enniochiodi@gmail.com

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