Chi impedirà ai potenti di manipolare le coscienze?

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Intelligenza artificiale. Continua il dibattito lanciato dal nostro giornale sulle prospettive e i rischi di una realtà che ormai coinvolge l’umanità intera

Di Pier Luigi Baldi

Quando, nel 1936, Alan Turing progettò il suo modello di macchina computazionale, capace di eseguire ogni tipo di calcolo, certamente non immaginava che sarebbe diventato uno dei padri dell’intelligenza artificiale; probabilmente neppure John Von Neumann pensava alla stessa cosa, allorché, nel 1946, contribuì alla costruzione del primo calcolatore, Eniac. Eniac, prodotto nei laboratori dell’Università della Pennsylvania, occupava una superficie di 180 metri quadrati e aveva una capacità di calcolo irrisoria rispetto agli attuali pc, che molti di noi utilizzano nella quotidianità.

Attorno alla metà del secolo scorso, George Devol e Joseph Engelberg svilupparono, per scopi industriali, il primo braccio robotico. Meno di un secolo ci separa da quegli anni e, quasi senza accorgercene, ci troviamo in un mondo, in cui AI e robot umanoidi, anche questi dotati di AI, stanno occupando spazi sempre più ampi nei diversi ambiti della nostra vita, tra cui mi limito a citare la ricerca di base e applicata, la medicina, l’industria, l’informazione, l’economia, la gestione della nostra vita di ogni giorno.

Ho letto con interesse gli articoli sull’AI, pubblicati da questo settimanale il 29 febbraio; sono ottimi contributi, ricchi di contenuti, in grado di stimolare l’attenzione del lettore. Per ragioni di sintesi mi soffermerò su un paio di punti di uno di essi: le risposte del professor Andrea Tomasi all’intervista di Daniela Catalano. Tomasi afferma testualmente che “[…] le macchine non hanno, né avranno mai consapevolezza di ciò che fanno, né possono assumere atteggiamenti emotivi o creativi”. Più avanti, nella stessa intervista, il docente dice che “l’AI cosiddetta ‘generativa’, di cui si parla da un anno, ha sviluppato […] le tecniche algoritmiche necessarie per ‘addestrare’ i sistemi e dotarli di una capacità di regolarsi autonomamente di fronte a situazioni e domande nuove […]”.

A mio parere, le due citazioni, che ho sopra riportato, sono di particolare rilevanza e meritano un commento: se è vero, com’è vero, che i sistemi dell’AI sono ormai in grado di regolarsi autonomamente, e quindi di apprendere dall’esperienza, poco importa se non raggiungeranno mai livelli di autocoscienza; in linea teorica potrebbero sviluppare comportamenti tali da sfuggire al controllo di chi li ha “addestrati”. Sempre in linea teorica, ho il timore che non si possa escludere “a priori” che tali sistemi possano acquisire le modalità più elevate di funzionamento del cervello umano. Dico questo perché le reti neurali connessioniste, che sono alla base del “deep learning” (apprendimento profondo), hanno una duttilità che consente loro di simulare il modo di operare del nostro cervello. Ricordo che l’insigne fisico e matematico Stephen Hawking, già nel 2014, aveva segnalato alla comunità scientifica i potenziali rischi insiti in un uso improprio dell’AI. Ricordo inoltre che, come scrissi in un mio articolo, pubblicato su questo settimanale l’8 giugno 2023, eminenti studiosi di AI, quali Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio, protagonisti delle ricerche sull’“apprendimento profondo”, hanno da tempo chiesto ai colleghi una pausa di riflessione, che permetta una valutazione critica delle potenzialità dell’AI. Ciò detto, si dovrà concludere che l’AI ci proietterà nel giro di non molto tempo in un mondo ostile e invivibile? Assolutamente no, se l’uomo saprà cogliere i benefici che ne deriveranno e se, come pensa Andrea Tomasi, l’uomo saprà governare se stesso, rinunciando all’esasperato individualismo di cui dà spesso prova, a favore del bene comune. Spero che queste ultime righe non suonino come pura retorica; in effetti, è purtroppo vero che, grazie all’AI, aziende ad alto contenuto tecnologico, tra cui Google, Microsoft, Apple, si stanno appropriando, a scopo puramente privatistico, di un’enorme quantità di informazioni, senza che nessun Governo, per quanto ne so, abbia finora imposto una precisa regolamentazione.

Molti sostengono che la ragione dell’assenza di regole risiede nel fatto che le suddette aziende sono più potenti dei Governi. Se questa tesi è fondata, chi impedirà ai potenti di turno di manipolare, a proprio piacimento, le informazioni e, quindi, le coscienze? Per evitare che ciò avvenga, è indispensabile una maggiore presa di coscienza collettiva dei potenziali benefici, ma anche dei rischi, impliciti in una realtà che è già presente tra noi.

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