Buon anno?

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Ci apprestiamo a vivere il Natale e salutiamo il 2020 con le parole del vescovo Mons. Vittorio Viola

Con la nevicata dei giorni scorsi, ho tirato fuori dall’armadio il cappotto. Nell’indossarlo ho sentito che nella tasca interna c’era una piccola busta. Conteneva un calendario, formato tascabile, stampato su di un elegante cartoncino, ripiegato in quattro. Ritrovamento non così sensazionale, penserete. Certo. Un particolare, tuttavia, mi ha colpito. La scritta sulla prima facciata: Buon Anno 2020! Per come sono andate le cose, più che un augurio, mi ha dato la sensazione di una fastidiosa presa in giro, di un’ironia inopportuna. La sequenza dei giorni ben allineati sotto il nome di ogni mese, sembrava voler presagire l’ordinato e consueto scorrere dell’anno. Ma è stato sufficiente posare lo sguardo su “febbraio … marzo … aprile …” per sentire tutto il peso di ciò che abbiamo vissuto in quei giorni, come pure in questi ultimi. Ditemi se mi sbaglio, ma nel prepararci a vivere le feste ormai prossime, mi pare di avvertire in tutti una certa diffidenza, o, perlomeno, cautela, nel ripetere le solite beneauguranti parole. Lo si nota nella fretta con la quale completiamo il consueto “buon anno” con un più sentito “speriamo”. Forse ci sentiremo anche più ridicoli di quanto già non lo fossimo lo scorso anno, nel mostrare l’immotivata euforia che accompagna sempre il conto alla rovescia prima della mezzanotte, faticosa messa in scena di una felicità che sembra sfuggirci.

Che cosa abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo? Dove ci trova il Natale?

Ci trova dove nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare di arrivare. Siamo stanchi, insicuri e anche un po’ insofferenti. Pesano sul nostro cuore le fatiche che abbiamo vissuto. Potremmo spendere molte parole nel descrivere come stiamo. Volendo tentare una sintesi mi sembra di poter dire che ci troviamo circondati dalla morte.

Non voglio rovinare quello che il processo di paganizzazione delle feste cristiane chiama, con una triste espressione, “la magia del Natale”, ma credo che questa sintesi, per quanto possa sembrare dura, sia in grado di rendere la verità e la serietà della situazione.

Questo assedio che ci fa sentire accerchiati non è, tuttavia, l’unica realtà con cui ci confrontiamo: nel nostro cuore sentiamo un insopprimibile desiderio di vita.

Abbiamo scoperto che il presente non ci basta, che costa fatica vivere senza una prospettiva certa di futuro. Forse già questa è una conquista: noi così ammaliati dall’attimo presente nel quale sembra concentrarsi il tutto della nostra esistenza – fino a farci sperimentare quel pragmatismo che ci rende vittime di un materialismo arido – scopriamo che non possiamo esistere senza uno sguardo al futuro. Sentiamo anche che non ci basta una prospettiva corta, che rende tutto instabile, traballante, incapace di reggere anche alle piccole prove quotidiane, figuriamoci a quelle più dure. Abbiamo bisogno di una visione ampia che certo non ci possiamo dare da soli: la precarietà del nostro vivere ha bisogno di un riferimento che la trascenda, che vada oltre, che sia stabile. Ciò vale anche per il nostro passato: senza una comprensione di senso, il peso di ciò che abbiamo vissuto diventa insopportabile. Possiamo fingere di non saperlo, ma non potremo mentire al nostro cuore.

Per avere la forza di portare il nostro passato e di non subire il presente abbiamo bisogno di eternità, non come illusoria via di fuga ma come dimensione fondamentale del nostro vivere. È evidente che questo è un dono che viene dall’alto. E non potrà essere un’idea, un pensiero, un vago desiderio, la proiezione di un bisogno, nemmeno un alto riferimento morale: dovrà essere un evento, con il quale misurarci, forse anche perché costretti o andandoci a sbattere contro.

Questo è il Natale per noi: un fatto, talmente nuovo da essere unico, un accadimento inaspettato con il quale la vita di ogni uomo non può non confrontarsi, prendendo la decisione di accoglierlo o di rifiutarlo. Come davanti ad una dichiarazione d’amore, perché di questo si tratta.

Isaia lo aveva annunciato da lontano: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. […] Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,2b.5). La nascita di un figlio più di ogni altro evento porta con sé lo stupore: tutto è nuovo di fronte ad una vita che nasce. Se accogliamo la novità dell’incarnazione di Dio che per amore nostro ha scelto di colmare l’abisso della distanza che avevamo messo tra noi e lui, nulla può rimanere come prima. Il Signore non è indifferente alla fatica del nostro vivere, ha voluto conoscerla non solo nella forma perfetta della sua onniscienza ma anche nella concretezza della nostra esperienza. Alla mistica Angela da Foligno il Signore ha detto: non ti ho amato per scherzo, non ti ho servita per finta, non ti ho trattata con distanza.

L’Eterno che entra nel tempo ci libera dalla precarietà dei nostri giorni terreni. Il Signore della vita prende la nostra veste mortale per donarci la sua veste di gloria.

Dice ancora il profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19). Se come Chiesa vivremo il mistero del Natale reso presente nella celebrazione liturgica, il Signore non mancherà di mostrarci la cosa nuova che ha pensato per noi dentro questo tempo difficile. Non si tratta di attendere che tutto passi per tornare alle cose di prima, compresa la nostra attività pastorale, di annuncio, di catechesi, di carità, ma di lasciarci illuminare dallo Spirito Santo per vedere la strada che lui apre per noi in questo deserto. Il seme della carne del Verbo è stato seminato nel terreno della storia: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Per questo non ho alcun timore nell’augurarvi un santo Natale e un buon anno. Con affetto.

+Vittorio

Vescovo

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