Per una nuova teologia della partecipazione

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All’indomani del convegno organizzato dal Meic di Tortona

il 6 e 7 aprile sulla lezione di mons. Pino Scabini,

Renato Balduzzi traccia alcune conclusioni

che non sono un punto di arrivo ma uno stimolo ad aprire altre piste di ricerca

 

 

 

TORTONA – La lettura circa la cifra complessiva della sua vita terrena è condivisa largamente, e così pure la convinzione sulla perdurante attualità della sua proposta metodologica e del suo tratto pastorale. Queste mi paiono le acquisizioni più significative della due giorni tortonese dedicata a don Pino Scabini, figura sacerdotale che, a distanza di dieci anni dalla morte, si conferma tra le più interessanti, a livello nazionale, del dopo-Con-cilio.

Già gli studi e le riflessioni svolte all’indomani della morte e che erano confluite prima in un numero speciale della rivista “Coscienza” e poi in un volume edito nel 2010 a cura di chi scrive e di Carlo Cirotto, avevano permesso di acquisire alcuni caratteri del sacerdote tortonese: la fede serena e al tempo stesso sempre in ricerca; l’ecclesiologia solida e attenta al divenire; la sottolineatura della dimensione comunitaria; l’attenzione per le singole persone e il loro vissuto, personale e familiare; la costante preoccupazione di tenere insieme, senza confonderli mai, la sfera ecclesiale e quella civile.

Il convegno del 6 aprile ha apportato alcune specificazioni a un quadro già delineato e che viene così confermato.

In primo luogo, l’individuazione della “pastoralità” come cifra del servizio della chiesa al mondo, dovuta soprattutto alla riflessione di Giorgio Campanini.

In un momento nel quale Papa Francesco sta aiutando tutti, dentro e fuori la chiesa, a riscoprire la radicalità evangelica, la riflessione culturale di don Pino permette di raccordare ecclesiologia e missione.

In secondo luogo, la definizione di Scabini come sapiente di oggi, sottolineata soprattutto da Barbara Viscardi, che trova il proprio nucleo nella capacità di non perdere mai di vista l’insieme e, al tempo stesso, di non trascurare i dettagli: un approccio che, soprattutto a proposito della vita familiare, si rivela quanto mai proficuo. In terzo luogo, il realismo di don Pino, la sua concretezza, che non erano mai confuse con l’accomodamento o con il prendere atto che le cose sono così e l’adeguamento pigro o interessato ad esse.

Tutti gli interventi e le relazioni (e in particolare quella di don Antonio Mastantuono) hanno sottolineato questa dimensione: anche nell’esperienza del consiglio e della direzione spirituale, che tanto lo impegnò, Scabini sapeva sempre essere comprensivo, mai complice.

A partire dalla due giorni tortonese (convegno nel Foyer del Teatro civico e, l’indomani, memoria di don Pino nella “sua” Pregola, alla presenza della sorella Maria e con la concelebrazione eucaristica presieduta dal card. Francesco Coccopalme-rio) si aprono alcune piste di ricerca, cui potranno concorrere utilmente anche tesi di laurea o di dottorato: la formazione culturale nella Tortona degli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra; la preparazione del Concilio; il decisivo sostegno dato da mons. Scabini alla vita del Cop, il Centro di orientamento pastorale che ha formato generazioni di presbiteri (su cui ha incentrato il proprio intervento l’arcivescovo di Modena mons. Erio Castellucci); l’apporto da lui dato alla costruzione di un’identità laicale in campo culturale, attraverso la frequentazione della rete dei gruppi Meic della penisola, che nessuno prima di lui era riuscito a conoscere e a incontrare (ricordata in particolare nell’intervento dell’arcivescovo di Oristano, mons. Ignazio Sanna); la sua originale teologia della partecipazione (“l’essere dell’uomo è persona e persona è partecipazione”, troviamo scritto in un lavoro del 1986, recentemente riedito), dalla quale scaturiva sia la sua attenzione alla comunità, intesa, secondo il grande insegnamento tomista, come partecipazione alla comune umanità, sia il suo sentirsi parte della chiesa locale, anche quando il suo ministero lo portava lontano, come hanno rimarcato sia mons. Pier Giorgio Pruzzi, sia mons. Mario Bonati.

Ma soprattutto, come ha sottolineato in conclusione il vescovo di Tortona mons. Vittorio Vio-la, l’eredità di don Pino passerà attraverso la pastorale diocesana, cioè la capacità di tradurre in scelte operative le coordinate culturali e spirituali sulle quali è stata registrata una così forte ed esplicita convergenza.

Forse la sintesi più bella è stata quella, consegnata al messaggio scritto, del card. Giuseppe Beto-ri, arcivescovo di Firenze: don Pino è stato “prete di profonda fede, di sicura ecclesialità, di grande serenità interiore, di coraggiosa fiducia nel futuro, di cui leggeva con sapienza i segni dei tempi”.

Renato Balduzzi

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